2.12) LA MEDICINA
L'assistenza medica era molto precaria.
Allora non esisteva alcun sistema di assistenza pubblica della
salute o, perlomeno, nessuno nelle nostre famiglie lo conosceva
e tanto meno ne usufruiva. Tra tutti i miei congiunti, parenti
e conoscenti, chi si ammalava doveva rivolgersi al medico locale,
pagandolo di tasca propria.
Ne fa fede quanto accaduto, in quel di Segusino, alla mamma di
mia moglie che, nell'anteguerra, dovendo subire un difficile intervento
chirurgico che i locali ospedali non erano in grado di fare ha
dovuto ricorrere ad un ospedale di Milano. La spesa sostenuta
è stata così rilevante da mandare in crisi l'intero
bilancio famigliare e costringere mio suocero ad emigrare per
più anni all'estero per riuscire a saldare il cospicuo
debito che ne è derivato.
All'inizio della guerra il servizio sanitario a Quero era svolto
dal dott. Rosada, un giovane medico cui tutti volevano molto bene.
Chiamato alle armi e disperso in Russia, fu sostituito dal dott.
Marchesi. C'era a Quero anche il dott. Beloserschi un vecchio
nobile russo che, fuggito dal suo paese per l'epurazione in atto,
vi era finito casualmente ed esercitava la professione di medico
pur non avendo, come necessario ai nostri giorni, alcuna autorizzazione
a farlo. Molti queresi si rivolgevano a lui per la sua bravura
e perché si accontentava di quel poco che la gente era
in grado di dargli, nei casi disperati nulla oppure un piatto
di minestra calda assai apprezzato da quella squisita persona
che viveva da sola e nella povertà dopo un'esistenza trascorsa
nel fasto della nobiltà russa.
Io lo ricordo bene e quando vado in cimitero a Quero passo davanti
alla sua tomba e, osservandone la foto un po' sbiadita ma verosimile,
ho un pensiero di riconoscenza per tutto il bene e la professionalità
che ha profuso in paese. Ricordo come, avendo io subito una profonda
incisione all'interno della bocca che doveva essere cucita ed
essendo le mani del dott. Beloseski troppo tremolanti per poterlo
fare di persona, egli consegnasse a mia madre ago e filo e, spiegatole
la procedura da seguire, la facesse sostenere per intero a quest'ultima,
con il sottoscritto che urlava dal terrore.






Una fedele rappresentazione delle condzioni
sanitarie di quegli anni può essere data anche dal seguente
episodio.
Nell'inverno del 1944 essendomi fratturate le ossa di un braccio,
avevo necessità di recarmi all'ospedale di Pederobba sito
a non più di 5 km da casa mia a Quero. Per il primo spostamento
io e mio padre usufruimmo dell'unico mezzo di trasporto disponibile
a Quero cioè la carrozza trainata dal cavallo noleggiata
da Gigio, il padre di Piero, il primo tassita con la Balilla che
alcuni anni dopo opererà a Quero.






In quel periodo le invernate erano particolarmente
fredde e le strade tutte coperte da una coltre di ghiaccio. Essendo
la carrozza aperta, ci si riparava con delle coperte da letto
stese sulle ginocchia. Le difficoltà sorte in quel viaggio
a causa degli zoccoli del cavallo che scivolavano sul ghiaccio
e la carrozza che, per lo stesso motivo, si metteva di traverso
rispetto alla strada, causarono il rifiuto di Gigio a compiere
ulteriori missioni a Pederobba. Dovemmo allora ricorrere all'uso
degli unici mezzi di cui potevamo allora disporre e cioè
la bicicletta per mio padre e la slitta da ghiaccio, cioè
la zeria, per me. Partimmo, infatti, con mio padre che in bici
percorreva il fianco della strada libero dal ghiaccio ed il sottoscritto
che, con spalla e braccio ingessati, seduto sulla slitta a rimorchio
della bicicletta e tramite una lunga corda (il "sogat"
di cui tutte le famiglie erano fornite) che poteva scorrazzare
in lungo ed in largo sulla strada statale feltrina letteralmente
trasformata in una pista di pattinaggio su ghiaccio e totalmente
priva di traffico automobilistico o di altro tipo. Riesce oggi
difficile immaginare che una strada cosi importante e oggi così
trafficata potesse essere, a distanza di relativamente così
pochi anni, nella situazione descritta. La cosa sembra così
inverosimile che alle volte mi capita di domandare a me stesso
se non si tratti di un mero parto della mia fantasia. Poi riesco
a fugare ogni dubbio osservando il mio braccio destro che, a causa
della frattura, è rimasto menomato ed anche alla sua massima
estensione resta ancora leggermente piegato fornendo una prova
tangibile dell'accaduto. Mi fa venir in mente come la cura ordinatami
dal prof. Calvi, primario dell'ospedale di Pederobba, al quale
allora ci si rivolgeva per risolvere ogni nostro problema sanitario
di qualunque genere esso fosse, dall'appendicite alla polmonite,
alla sistemazione delle ossa rotte, consistesse nel sollevare
un secchio contenente dell'acqua in quantità sempre maggiore
via via che passavano i giorni. Se questa era la cura, delle due
l'una: o si trattava di una cura sbagliata oppure io ho economizzato
troppo con l'acqua!

Nel settore sanitario di cui stò
scrivendo, le cose miglioreranno sensibilmente col passar degli
anni ma non senza incongruenze. Può interessare, per esempio,
quanto accadutomi in periodo intermedio e cioè nel 1959
a Gargnano (BS), dove risiedevo per lavoro. Avendo dolori alla
pancia mi sono recato dal locale medico per una visita. Dopo avermi
dato la sua diagnosi e prescritto i raggi al tubo digerente, il
dottore mimò punto per punto la scenetta cui avrei assistito
recandomi nel locale ospedale per detti raggi, non senza mettermi
in guardia sul pericolo che avrei corso in quanto, essendo tale
ospedale allora stato corredato di una nuova sala operatoria,
era sopravventa la mania di fare un'operazione, l'appendicite,
anche se non necessaria. Come mi ci recai, successe esattamente
quanto previsto da quella brava persona e cioè, in ordine
successivo, delle pressioni al mio ventre così forti da
costringermi ad urlare dal dolore, una successiva visita alla
bellissima sala operatoria ed infine la prescrizione dell'intervento
all'appendice. Ed ecco il risultato che ho potuto accertare prersonalmente:
nei nostri cantieri che contavano tra operai e impiegati circa
1500 persone, almeno un migliaio sono stati, nei sette anni di
durata dei lavori, operati di appendicite con esclusione però
del sottoscritto che a mezzo secolo di distanza conserva ancora
intatta la propria appendice!
Anche in questo settore, notevole il cambiamento che si è
verificato!. Reparti ospedalieri specializzati nei vari campi
della scienza medica sono ai nostri giorni pronti ad accogliere
malati ed infortunati. Per il loro ricovero intervengono rapidamente
autoambulanze provviste di attrezzatura e personale di primo soccorso
e, in casi particolari anche elicotteri. Per le cure ospedaliere
si può contare su tecniche raffinate di analisi, diagnostica,
chirurgia e di medicinali efficacissimi senza parlare delle notevoli
prospettive aperte dalla ricerca in atto sulle cellule staminali:
altro che trasporto con zeria e bici, altro che terapie a base
di secchi d'acqua!. Infine non mi risulta che qualcuno abbia dovuto
emigrare al'estero per pagare debiti incontrati per spese sanitarie
essendo queste sistematicamente coperte dal sistema sanitario
nazionale fatta eccezione per importi, tutto sommato assai modesti,
che restano a carico dell'ammalato.
continua