2.15.3) CARLO IL MECCANICO GENIALE
Carlo, il personaggio di cui farò
un breve cenno anche al cap. 5.4 era un bravo meccanico ed autotrasportatore
in proprio con un vecchio camion Fiat 26 alimentato a gasogeno
la cui attività si svolse prevalentemente nell'anteguerra
e durante il periodo bellico ma fu caratterizzata da un evento
dell'immediato dopoguerra che voglio qui comprendere per l'importanza
che rappresentò per la vita d'altri tempi di Quero.

Carlo, finita la guerra, pensò
di realizzare un progetto che da tempo aveva in mente: costruire
un cambio per vetture di nuova e rivoluzionaria concezione. Abitava
allora a Quero, mio zio Mario un tipo genialoide anche lui e preparato
tecnico al quale Carlo chiese aiuto per la compilazione dei disegni
e dei documenti da presentare all'ufficio competente per ottenere
il brevetto della sua invenzione in tutta l'Italia. Fu proprio
grazie a mio zio che potei prendere visione dei disegni ed anche
del prototipo del cambio montato da Carlo sulla sua Fiat 1100
e perfettamente funzionante. Ne ricordo tutti i dettagli per l'entusiasmo
che Carlo con la sua trovata aveva suscitato in paese, entusiasmo
più che giustificato dalla novità rappresentata
allora dal progresso tecnico che sentivamo essere prepotentemente
in arrivo e particolarmente dall'automobile che ne era l'innovazione
più ambita da tutti. Il nuovo cambio, frutto dell'ingegno
di un nostro compaesano e che per le sue grandi doti di praticità
e funzionalità constatate da noi tutti, pensavamo avrebbe
ottenuto unanimi consensi e grande diffusione, ci faceva sognare!
Ricordo molto bene il giorno della prima prova pratica dell'invenzione.
Nonostante la sua parte principale e cioè la camme di movimento
degli ingranaggi delle marce fosse stata costruita in legno, il
cambio funzionava perfettamente e Carlo, quasi impazzito dalla
gioia, offriva da bere a tutti. Era tanto l'entusiasmo di cui
ho detto, che ricordo fin nei minimi particolari come funzionava
il dispositivo. Il suo pregio principale era quello di aver eliminato
la leva del cambio avendo affidato al pedale della frizione anche
il compito del passaggio da una marcia all'altra. Premendo a fondo
tale pedale si ottenevano, con un solo movimento, due scopi: nella
prima parte della sua corsa lo stacco della frizione e nella seconda
l'innesto di una marcia di ordine superiore o, a piacere, inferiore.
La piastra di appoggio del piede sul pedale era basculante per
dar modo di scegliere la marcia più alta o quella più
bassa a seconda cha la pressione del piede venisse esercitata
sul suo lato destro o su quello sinistro. In pratica per partire
in prima marcia era sufficiente premere a fondo il pedale della
frizione e poi rilasciarlo piano piano come si usa fare normalmente.
Raggiunta una certa velocità, una nuova pressione inseriva
la seconda e poi, in modo analogo la terza e la quarta compiendo,
al tempo stesso, i dovuti stacchi e riattacchi della frizione.
Stessa manovra per scalare le marce con la sola avvertenza di
spostare lateralmente il piede. Come ho già detto, la macchina
di Carlo, da lui modificata con l'aggiunta del suo cambio, costituiva
la prova evidente di un nuovo modo di guidare molto semplice e
pratico. Questo indubbio successo provocò una vera rivoluzione
nella vita di Carlo che, abbandonato il suo normale lavoro di
camionista assai duro per le condizioni in cui doveva allora svolgersi
e cioè usando un vecchio camion pieno di acciacchi e per
giunta alimentato a gasogeno, dedicò tutto il suo tempo
e tutte le sue disponibilità economiche al lancio commerciale
del suo brevetto con risultati praticamente nulli anzi provocando
il dissesto economico di un'attività artigianale che, prima
dell'avventurosa e geniale invenzione, era buona.
Visto a posteriori anche l'episodio di Carlo contribuisce a completare
il quadro rappresentativo dei tempi andati, tempi di grandi prospettive
soprattutto nel campo della tecnica, ma molto difficili da capire
e da seguire nella loro rapida evoluzione. Carlo non avrebbe dovuto
lasciarsi prendere da un entusiasmo eccessivo che gli ha fatto
travisare la realtà, ma restare invece ancorato al suo
modo di vivere e al suo normale lavoro e, senza abbandonare la
sua attività, dare incarico a persone competenti del lancio
commerciale della sua idea. Come ho già detto l'avventura
non ebbe affatto un lieto fine: l'inventore dovette provare, oltre
alle cocente delusione della totale assenza di applicazioni reali
del suo brevetto, anche il dispiacere del proprio dissesto economico.
Tutto questo costituisce un monito per tutti coloro che si trovano,
come Carlo, davanti a quella che sembra essere ed in effetti è
una improvvisa fortuna ma che, se non presa nel verso giusto,
si trasforma in un grave danno sopratutto in presenza di soggetti
comuni come eravamo noi tutti. Non è raro l'esempio di
persone che, venute per caso in possesso di ingentissimi capitali,
non li hanno saputo amministrare ma, accecati dall'entusiasmo,
hanno fatto come Carlo dilapidando in breve tutto quello che avevano
prima dell'arrivo della improvvisa fortuna.