2.2.3) LA ISSA
D'inverno era la "issa" a rappresentare
uno dei più importanti passatempi.

Come arrivava la prima neve veniva creata
lungo la Via Garibaldi, che vi si prestava benissimo per la sua
notevole pendenza, una pista di ghiaccio larga circa tre metri
e delimitata da arginature di neve gelata, il tutto ottenuto portando
a braccia e cospargendo secchi d'acqua prelevata dalla fontanella
che si trovava in fondo alla via. Per scivolare velocemente sulla
pista di ghiaccio era usata la "zeria".
Era questo un attrezzo in legno massiccio, alto una ventina di
centimetri ed adatto specificatamente per il ghiaccio. Era dotato
di due ferri ricurvi dello spessore di due millimetri circa, veri
e propri pattini del tutto simili a quelli usati dagli atleti
per correre sulle piste di ghiaccio e che, come quelli, conferivano
eccezionali doti in fatto di manovrabilità e di velocità.
Il freno, molto efficace, era costituito dallo spigolo vivo con
cui i pattini stessi terminavano posteriormente e che entrava
in azione quando la slitta veniva inclinata verso l'alto.


La guida per l'uso singolo della zeria
era fatta battendo piccoli colpi sul ghiaccio con i tacchi delle
scarpe allo scopo di orientare la corsa nella direzione voluta
oppure tramite un lungo bastone tenuto sotto l'ascella che, strisciando
sul ghiaccio dietro la slitta, svolgeva la stessa funzione del
timone di una barca. La discesa diventava molto più divertente
quando era fatta in comune da più zerie allineate per costituire
una specie di lungo treno ( il "galion") e montate da
altrettanti ragazzi ognuno dei quali, legato alla propria slitta,
stringeva sotto le ascelle i piedi di quello posto dietro.
Per aumentare il peso e quindi la velocità, sulle gambe
dei giovani sedevano le ragazze cui non era consentito, in quei
tempi di imperante maschilismo, accedere alla guida della "zeria".
Due erano i personaggi dai quali dipendeva la buona riuscita di
ogni corsa: il primo della fila cioè il guidatore cui spettava
la scelta del percorso, e l'ultimo che, non appena la coda del
"galion" cominciava ad oscillare alternativamente come
un pendolo verso i due lati della pista, doveva intervenire con
energiche frenate ottenute alzando la parte anteriore della zeria
e facendo forza sulle proprie gambe trattenute da chi gli stava
davanti. Lo spigolo vivo dei pattini, penetrando a fondo nel ghiaccio,
esercitava allora una forte trazione all'indietro nella coda del
lungo serpentone provocandone il riallineamento.
Il ruolo che più mi piaceva era quello alla guida del galion.
Seduto sulla mia zeria e facendo forza sulle gambe di chi mi stava
dietro, potevo farla girare a piacere proprio come si trattasse
delle ruote di una vettura mosse dal volante. Era mia cura portare
il treno su un percorso il più lineare possibile evitando
ogni sia pur minima curva brusca ed il conseguente inizio delle
pericolose oscillazioni laterali. A sua volta l'ultimo della fila
doveva usare l'accortezza di annullare sul nascere dette oscillazioni
agendo preventivamente con piccoli colpi di freno. In definitiva
la conduzione del galion rappresentava un'arte vera e propria
dalla quale dipendeva l'effettiva velocità di discesa.
Durante la veloce corsa i pattini in ferro, strisciando contro
i sassi sporgenti dal ghiaccio, "battevano fuoco", cioè
emettevano delle lunghe e spettacolari scintille che risaltavano
vivamente nel buio delle fredde serate invernali. Da tenere presente
come la via Garibaldi fosse allora priva di pavimentazione asfaltata
e, nonostante i molti secchi di acqua che i ragazzi vi spandevano
perché si formasse il ghiaccio, c'era sempre qualche sasso
che sporgeva dalla superficie gelata.
Le discese invernali di Via Garibaldi con la zeria costituivano
un passatempo tradizionale. Mio padre mi raccontava spesso che
quando lui era giovane, e quindi ancora prima della prima guerra
mondiale, la issa di Via Garibaldi, una delle poche vie di Quero
rimaste intatte attraverso gli anni, era oggetto della gara cosiddetta
dei galli. Da una fune che attraversava ad una certa altezza la
via, pendevano dei galli che i concorrenti potevano afferrare
e quindi far propri in corsa stando in piedi sul galion o addirittura
spiccandovi dei salti durante la discesa. Il balzo provocava dei
divertenti ma pericolosi ruzzoloni dei concorrenti. La notevole
velocità di discesa rendeva problematica la permanenza
del giovane che doveva starsene in piedi appoggiato sulle instabili
gambe del collega seduto sulla zeria. Il problema era spesso risolto
con una diversa composizione del treno di slitte che rendeva l'intera
operazione ancora più spettacolare. Il galion era infatti
costituito da due file di slitte affiancate e, nella sua parte
mediana, sosteneva, tramite le gambe di due giovani posti fianco
a fianco, un'asse trasversale in legno costituente un buon piano
di appoggio per l'atleta che stava in piedi. L'originalissimo
galion iniziava con un elemento singolo (il pilota) che stringeva
sotto ciascuna ascella due gambe di chi gli stava dietro.
Anche la coda era composta da un elemento singolo le cui gambe
erano sostenute, una per ciascuno di loro, dai due elementi che
gli stavano davanti. A lui era affidato, come al solito, il compito
di controllo delle oscillazioni laterali del treno. I due elementi
singoli, quello di testa e quello di coda, garantivano, tra l'altro,
l'unità delle due file impedendo nella maniera più
assoluta che, durante l'intera procedura di discesa, di sostegno
dell'elemento in piedi, del suo salto verso l'alto per la presa
del gallo, della sua ricaduta sull'asse di legno ed infine dell'alloggiamento
dello stesso, le due file di zerie non avessero da divaricare.
L'ottima funzionalità della zeria è dimostrata da
ulteriori sue particolarità. Essa era munita di due manici
posteriori e di una maniglia in asse sul davanti che permettevano
a chi la usava di tenersi alla zeria stringendo con una mano uno
dei due manici posteriori e con l'altra la maniglia anteriore.
I vantaggi erano evidenti. Nel caso di corsa singola, oltre ad
avere realizzata una vera e propria simbiosi tra attrezzo e passeggero,
quest'ultimo poteva scendere completamente sdraiato all'indietro
e quindi alla maggior velocità possibile data dal minor
attrito con l'aria, e, nel caso del galion, facilitare e rendere
più efficace la frenata. Due erano gli effetti, contrapposti
e molto efficaci, che, in questo caso, ne derivavano. Da un lato
il sollevamento della parte anteriore della zeria operato agendo
sulla maniglia centrale con una mano, dall'altra la spinta verso
il basso della zeria con l'altra mano stretta al manico posteriore.
Ne risultava una posizione forzata a 45 gradi della slitta e quindi
un frenata molto efficace.
Ai nostri giorni della zeria, tradizionale attrezzo di eccezionale
qualità estetica, funzionalità e velocità,
si sono ormai perse le ultime tracce, vera e propria razza in
via di estinzione. Per scivolare su neve e ghiaccio si usano anche
a Quero le ben note alte ed anonime slitte con pattini rivestiti
da una piattina di ferro larga tre centimetri la cui funzionalità
su ghiaccio non è nemmeno lontanamente paragonabile con
quella della zeria.
Nel dopoguerra con la nascita del Cinema Prealpi, la via Garibaldi,
diventò teatro della storia qui raccontata. Ai nostri giorni,
ovviamente senza che ad alcuno baleni l'idea di costruirvi piste
di ghiaccio, tale via è una normale strada urbana fiancheggiata
esclusivamente da case di abitazione dove la popolazione querese
integrata dai numerosi forestieri che vi hanno fissato residenza
fissa, trascorre la sua quieta vita paesana.

