2.5) FESTE ED INCONTRI PAESANI - PRIMA
PARTE
Un tempo le occasioni di incontro per
la gente dei piccoli paesi e di Quero in particolare erano molto
sentite e partecipate. Quelle principali erano le feste di Natale
che però erano di solito riservate alla famiglia non solo
per il sentimento religioso che le ispirava ma anche per il clima
freddo e per la molta neve che ostacolavano gli spostamenti.
Erano le fiere di aprile e di settembre a riunire festosamente
tutta la popolazione del capoluogo e delle frazioni per mangiare
alle dieci del mattino la trippa nelle osterie accompagnata da
molte "ombrette", il classico bicchiere di vino. Era
l'occasione per comprare le scarpe nuove, visto che non esistevano
in paese negozi che vendevano tali articoli, le piante per rinnovare
gli orti e la campagna, e, molto importante, le nuove bestie per
la stalla o per il pollaio. Nella piazza Marconi erano presenti
giostre e tirassegni con gran gioia di grandi e piccini.
Un'occasione di ritrovo completamente diversa era quella del funerale
al quale i queresi partecipavano in massa in quanto allora essi
costituivano una vera comunità di persone che si conoscevano
a fondo l'un l'altra e che desideravano condividere tra tutti
le loro gioie ed i dolori. Ciò contrasta vivamente con
la vita attuale delle nostre città dove in uno stesso condominio
viene spesso a mancare una persona senza che gli altri coabitanti
lo vengano nemmeno a sapere! Nei funerali la numerosa partecipazione
dei queresi che immancabilmente vi si poteva riscontrare era la
riprova della stima goduta in paese dal defunto. Da registrare
un'usanza, poi caduta in disuso, del tutto particolare. Durante
la cerimonia in chiesa venivano raccolte delle offerte da due
persone che di solito si offrivano per questo incarico e che,
passando di banco in banco, prendevano nota dei nomi e dell'ammontare
di ciascun obolo. Il denaro veniva poi devoluto a favore dell'asilo
mentre la lista delle offerte era consegnata ai famigliari del
morto a costituire quasi una classifica dei partecipanti al funerale
sulla base dell'ammontare offerto da ciascuno di essi. Ma era
già nella lunga processione che portava al camposanto e
soprattutto in quella di ritorno che si cominciava a discorrere
del più e del meno. La giornata, in evidente contrasto
con il carattere dell'avvenimento, finiva spesso in allegria per
il troppo vino bevuto nelle osterie.
A proposito di osterie vanno ricordati i cori che, ovviamente
con esclusione delle giornate dedicate ai vari funerali, vi venivano
improvvisati ed ai quali, generalmente, partecipavano in massa
i presenti. Starsene tutti abbracciati in circolo spalla contro
spalla a cantare sempre le stesse quattro canzoni ed assumendo
ruoli ben determinati di prima o di seconda voce, costituiva un
vero piacere, un sentirsi amici anche se il risultato canoro,
in realtà, era piuttosto mediocre anche prima che i numerosi
bicchieri di vino bevuto cominciassero a fare il loro effetto:
figurarsi più tardi!. Io non so proprio immaginare cosa
accadrebbe, all'epoca attuale, se gli avventori di uno qualunque
dei bar di Quero, improvvisamente si mettessero a cantare a squarciagola
come facevamo in quegli anni: probabilmente verrebbero chiamati
i carabinieri per fermare lo scempio!


La festa più sentita e partecipata
in paese era senza dubbio la Pasqua.
Veniva preceduta dagli intensi preparativi per la costruzione
dei "capitelli", cioè delle grandi edicole in
legno rivestito di verdi rami di pino che, lungo le vie che la
processione serale del venerdì santo doveva percorrere,
rappresentavano alcune scene della passione di Nostro Signore.
Era questo un lavoro che impegnava a fondo i giovani sia nella
costruzione dei capitelli sia nel rappresentare, indossando i
costumi dell'epoca, i vari personaggi della tradizione cristiana.
Ricordo in maniera particolare un grande amico, chiamato Gigiomat
(Luigi il matto) per la vita spericolata che amava fare ma che
a Pasqua, per la sua figura assai somigliante alle raffigurazioni
classiche del Cristo, era immancabilmente crocifisso anche senza
che le sue convinzioni religiose condividessero appieno tale avvenimento
storico.
Gigiomat è da alcuni anni venuto a mancare. E' accaduto
all'estero dove si era fatto onore come lavoratore emigrante e
dove ora riposa la salma di questo giovane uomo cui tutti, ed
io in particolare, a Quero volevamo bene.

La sera del venerdì santo aveva
luogo la processione attraverso le vie del paese con brevi soste
davanti ai capitelli nei quali figuravano Cristo e gli apostoli
con vesti dai colori sgargianti e vivamente illuminati. Le scene
rappresentate e gli attori in posa erano grosso modo sempre le
stesse e quindi assolutamente prevedibili per i queresi. Da segnalare
però un'annata eccezionale durante la quale si ebbe una
novità tanto piacevole da rimanere impressa nella mia mente.
C'era a Quero il rione dei Simoi, una parte del capoluogo abitata
da alcune famiglie tutte imparentate tra di loro e quindi con
lo stesso cognome (Dalla Piazza), una vera e propria comunità
appartata dal resto del paese. "Simoi" era uno dei tanti
soprannomi con cui si usava individuare gli appartenenti alle
varie famiglie.








Per una curiosa abitudine, tramandata
da lungo tempo ma oggi definitivamente scomparsa, "Giuseppe
Dalla Piazza" era chiamato "Bepi Simon","
Domenico, lo stradino, era "Menico Fasolo" da distinguere
dall'altro Domenico , l'impresario venuto recentemente a mancare
con grande dispiacere di noi tutti per gli ottimi rapporti che
intercorrevano e che era per noi "Menico Tronca". Il
mio amico "Pietro " di cui racconterò più
avanti il lavoro nelle miniere del Belgio, era "Piero Osel",
"Giovanni Collavo" era "Nani Nuto", Albino
il protagonista dell'episodio Vaiont di cui al cap. 2.7.1 era
" Albino Pano" e così via. Tra i soprannomi curiosi
vanno ricordati quello di Carlo che, essendo commerciate di pollame,
era per tutti "Carlo Ovi" e quello di "Belo"
(Il bello) a suo tempo affibbiato a quell'ottima persona, purtroppo
prematuramente scomparsa, che era Vittorino Simon il quale, accogliendone
la bonaria arguzia, lo aveva accettato di buon grado pur essendo
il diminutivo della seguente frase, non proprio edificante e che
ne stravolgeva il significato : "Bello di notte perchè
di giorno è brutto assai"










I giovani Simoi di cui sopra partecipavano
raramente ai nostri giochi nè, di solito, collaboravano
con noi alla costruzione dei capitelli anche perchè il
loro rione non era toccato che marginalmente dalla processione
del venerdì santo. Quella volta decisero invece di prendervi
parte ed in maniera autonoma e speciale. Senza tanti preparativi,
senza impianti elettrici di illuminazione, senza edicole e quindi
cogliendo tutti di sorpresa, usarono l'alto e ripido pendio erboso
che affianca la chiesa di S. Antonio lungo la via M. Cornella
per rappresentarvi la salita del monte Calvario di Nostro Signore
seguito da alcuni personaggi non meglio identificati, seminudi
com'era costume a suo tempo, addobbati con semplici vesti ed illuminati
soltanto dalla fioca luce di alcune candele appoggiate sull'erba
e posizionate posteriormente alla scena.
Quando la processione, percorsa la Via Indipendenza, girò
a 90 gradi attorno al negozio d'angolo che prima impediva di vedere
avanti ed imboccò la Via M. Cornella, si trovò di
fronte all'insolito spettacolo della salita al monte Calvario
di Cristo caricato della croce e degli altri personaggi di cui
si poteva intravedere, in controluce, solamente la siluette con
un effetto scenico molto bello.
La successiva domenica di Pasqua, dopo aver partecipato in massa
alle funzioni religiose, mentre il "campanò"
(un singolare modo di suonare a festa le campane) suonava a distesa,
tutti i giovani giocavano con le uova sode colorate che erano
state preparate il giorno prima usando l'anilina di diversi colori
o, molto spesso, dei colori naturali come la cipolla o gli spinaci
fatti bollire assieme alle uova, per economizzare nelle spese.
Il gioco più comune era il tiro con la moneta. Depositato
il proprio uovo ben allineato con quelli degli altri, ogni concorrente
lanciava a turno la moneta.

Si usavano le cento lire allora in normale
corso. Qualche fortunato possedeva invece le dieci lire ante prima
guerra mondiale, molto più adatte allo scopo perchè,
oltre ad essere più grandi e quindi più facili da
lanciare, esse erano in rame e quindi potevano essere affilate
lungo tutta la circonferenza per facilitare il risultato finale.
Vinceva l'uovo colpito colui che era riuscito a farvi penetrare
la sua moneta in modo che sollevando l'uovo stesso da terra la
moneta stessa ne restasse conficcata senza cadere. A furia di
essere rimesso in palio e quindi ripetutamente inciso dalle monete,
ogni uovo cadeva letteralmente a pezzi. Era quello il momento
per mangiarselo avidamente senza badar troppo all'aspetto igienico
della procedura.
Un altro modo di vincere un uovo era quello del "rigoletto".
Si trattava di una specie di pista circolare in sabbia umida delimitata
da un cerchio in ferro da botte di circa due metri di diametro.
Il più bello era quello costruito da Orlando nel suo cortile
vicino alla chiesa. Oltre ad essere sagomato con pendenze varie,
il rigoletto era fornito di una pedana di lancio costituita da
un coppo rovesciato. Ogni giovane doveva far scendere il proprio
uovo dal coppo orientandone la corsa in modo da colpire una delle
uova degli altri concorrenti e che, in caso positivo, sarebbe
stata vinta. Tale risultato non era affatto semplice da raggiungere
in quanto la corsa dell'uovo, vera e propria palla ovale, non
era per nulla rettilinea ed occorreva pertanto stimarne preventivamente
la traiettoria.
A questi giochi partecipavano tutti i giovani fatta eccezione
per Guido un nostro coetaneo che abitava in una casa sperduta
in montagna sopra Schievenin. Guido, a causa delle condizioni
di vita in zona completamente isolata ed anche per un suo difetto
di costituzione, era un tipo particolare ed aveva una sola passione
: la "britola" cioè un coltello ricurvo tascabile
che portava sempre con sé e che gli serviva per sbucciare
la frutta, per incidere il legno in piccoli lavori ma soprattutto
costituiva per lui un oggetto da toccare, da sentire sempre presente
nella tasca e da mostrare orgogliosamente a noi suoi coetanei
quando veniva in paese. La britola per Guido era un amico fedele
sempre presente al suo fianco per alleviare la sua grande solitudine.
Quel giorno di Pasqua incontrato Guido e consci dell'importanza
che dava alla sua britola gli chiedemmo di farcela vedere ma era
successa una cosa incredibile: Guido l'aveva dimenticata a casa.
Come se ne accorse queste furono le sue parole: "Il giorno
di Pasqua senza la britola, impossibile!". E Guido, se ne
tornò immediatamente a casa con un cammino di un'ora nell'andata
ed un'altra al ritorno pur di poter gustare degnamente la rimanente
parte del giorno di festa.
Su queste riunioni in gran massa farei rilevare un aspetto interessante
che le distingue da quelle che, in particolari occasioni, si organizzano
anche ai nostri giorni. Avviene anche oggi che si ritrovino assieme
grandi moltitudini per ascoltare un cantante famoso, per uno spettacolo
in piazza organizzato dalla TV, per partecipare ad un importante
avvenimento sportivo, per una festa folcroristica nota ecc. ecc.
Una cosa distingue queste oceaniche riunioni: allora le persone
che si riunivano erano sempre le stesse che confluivano nei ritrovi
tradizionali raggiungendoli normalmente a piedi e quindi conoscendosi
indistintamente tutte. L'incontro favoriva la comunicazione tra
le persone, cementava le amicizie e ne faceva nascere delle nuove.
Oggi invece ci si ritrova nei posti più disparati tra estranei
arrivati da lontano, che non si conoscono affatto e che, a festa
conclusa tornano a casa senza aver comunicato con nessun altro.
Ciò contribuisce, assieme a tanti altri fattori come la
televisione che fa restare tutti in casa, alla paura di serali
incontri con persone poco raccomandabili ecc,. a svolgere una
vita isolata famiglia per famiglia e quindi a rendere il modo
di vivere molto più arido e, alla fine, a peggiorare i
rapporti tra persona e persona anche all'interno della famiglia
ed, in definitiva, anche il carattere di tutti.


