2.7) IL LAVORO
2.7.1) LA CARESTIA DI LAVORO E L'EMIGRAZIONE - PRIMA PARTE

Nel dopoguerra del secondo conflitto
mondiale, non esistendo attività alcuna se non un'agricoltura
assai povera, la gioventù attiva di Quero era costretta
ad emigrare in Svizzera dove formava una schiera di ottimi addetti
ai lavori edilizi che in pieno inverno, sospesa l'attività
per il freddo, doveva tornare a casa in Italia ed aspettare lì
la riapertura primaverile dei cantieri. Questo fatto si rivelerà,
molti anni dopo, causa di una notevole decurtazione della pensione,
decurtazione assolutamente ingiusta visti i sacrifici sostenuti.
Racconta Tarcisio: al sopraggiungere della stagione invernale,
nel tugurio svizzero dove dormivamo, faceva tanto freddo che mettevamo
sul letto, oltre alle coperte, tutto ciò che possedevamo,
vestiti, giacche, maglioni, calze, tutto. Una volta, se non altro
per crearci l'illusione di essere meglio coperti, smontammo la
porta che chiudeva la nostra stanza e mettemmo anche quella sopra
il letto. Le cose andavano ancora peggio
per quelli, giovanissimi, emigrati in Belgio per lavorare nelle
miniere di carbone. Lì non c'era sospensione invernale
anzi le ore giornaliere di lavoro ed il conseguente guadagno,
con l'avanzare dell'età e
dell'esperienza, aumentavano sempre di
più innescando una pericolosa spirale. Era la salute che,
quanto più cresceva il tempo di permanenza in miniera,
tanto più era compromessa dalla silicosi che finirà
per portare prematuramente alla morte. Io stesso, diventato in epoca successiva geometra professionista
e costruita a Quero la casa di abitazione di alcuni di loro nella
quale sognavano di venire a trascorrere gli ultimi anni, dovrò
con dolore constatare come nessuno di loro sia riuscito a vivere
a sufficienza per poterlo fare appieno. Piero,
uno dei pochi che è riuscito a staccarsi da quella specie
di mal di miniera dal quale di solito non si guariva che troppo
tardi, andando a fare il bagno nel Piave, mi mostrava i segni
neri di carbone che ha nella schiena, spiegandomi di averli fatti
strisciando a petto nudo ad un migliaio di metri di profondità
sotto il suolo per cavare, con un rudimentale attrezzo manovrato
a mano, la vena di carbone spessa poche decine di centimetri entro
la quale doveva infilarsi per lunghi tratti! La sua opera era
pagata a contratto cioè un tot per ogni chilo di carbone
estratto. Il lavoro giornaliero minimo da eseguire consisteva
nel far progredire il fronte di scavo largo due metri per una
profondità di almeno quattro metri. Il racconto delle gesta
di questo ragazzo diciassettenne faceva rabbrividire.

Mi diceva come il loro momento più felice fosse, a lavoro del giorno concluso, la risalita con l'ascensore cantando, per tutto il lungo periodo di tempo necessario per riconquistare la superficie, canzoni del minatore. In tale frangente era tanto grande il bisogno di ritornare all'aria libera che continuavano a formulare, tra di loro, le più strane supposizioni sulle condizioni meteorologiche che avrebbero trovato al momento di emergere dal buio profondo della miniera avendo lì perduto, a tale riguardo, ogni cognizione. Piero, per alcuni anni successivi ai due trascorsi in Belgio, fu preso da accessi di tosse con emissione di consistenti quantitativi di quella polvere nera che si era depositata nei suoi bronchi e che la sua fortefibra riusciva fortunatamente ad espellere fino a farli ritornare perfettamente puliti.
Più tardi, quando mi prese la
passione della fotografia, ebbi modo di riprodurre il documento
lasciapassare con foto rilasciatogli a suo tempo dalla direzione
belga della miniera, dove compariva un'eloquente immagine di ragazzino
imberbe dall'aria smarrita. Non sono però mai riuscito
a cancellare dalla mia mente il confronto, forse il più
rappresentativo dell'abissale cambiamento intervenuto nella società
in quest'ultimo mezzo secolo, tra due diversi modi di decorare
la pelle dei giovani che un tempo non potevano sottrarsene in
quanto ampie parti del loro corpo erano, volenti o nolenti, dolorosamente
incise dagli spuntoni di roccia nera di carbone, e gli stessi
giovani che oggi vanno di loro spontanea volontà a farsi
fare dei neri tatuaggi nelle varie parti del corpo.





LA MINIERA DEL BELGIO - CRONACA DI UNA TRAGEDIA di Stefano Cricoli
Ecco una parte del racconto di Stefano
Cricoli:"Il viaggio da Milano durava in pratica due giorni.
Si partiva da Milano il lunedì mattina, si viaggiava tutto
il lunedì e si arrivava in Belgio nel pomeriggio del martedì.
Circa mille persone viaggiavano su ogni treno. Per quasi tutti
era il primo viaggio di una certa importanza, o il primo in assoluto,
un viaggio decisamente poco confortevole, specialmente quando
si attraversava la Svizzera. Al passaggio per la Svizzera, infatti,
per un certo tempo i vagoni venivano chiusi e il treno proseguiva
senza nessuna fermata fino a Basilea, per non rischiare di perdere
qualche passeggero lungo il tragitto. Le ragioni erano comprensibili:
considerato che la Svizzera era una meta ben più ambita
del Belgio, anche perché più vicina, molti sognavano
di scendere e di fermarsi lì. Dopo Basilea i vagoni potevano
di nuovo essere aperti, poiché nessuno voleva scendere
in Francia. Le visite mediche d'idoneità al lavoro venivano
sbrigativamente svolte durante il viaggio. Per il resto, sui treni
non c'era praticamente alcun tipo d'assistenza. .........."
Un'altra
importante schiera di giovani lavoratori era impegnata in Italia
e all'estero nella costruzione di grandi opere edilizie degli
impianti idroelettrici e, anche in questo frangente, si faceva
notare per la bravura e l'impegno. La loro vita era dura e pericolosa.
In uno di questi grandi cantieri, Giuseppe,
un ragazzo che abitava in Via Garibaldi vicino al cinema Prealpi,
ha avuto la sua gioventù spezzata lontanissimo dalla sua
famiglia nella quale ha lasciato un vuoto incolmabile. Sono oltre
300 le vite umane di varia nazionalità perdute per la costruzione
della diga di Kariba. Lo ricorda una lapide con i loro nomi posta
lì vicino: l'ultimo in fondo alla fila centrale è
proprio quello dello sfortunato Giuseppe.



Migliore sorte è toccata ad alcuni
queresi che sono riusciti ad emergere assumendo posizioni di responsabilità
e quindi migliorare notevolmente la loro vita di cantiere.














Agli inizi della mia attività
professionale ho lavorato anch'io nella costruzione di quattro
impianti idroelettrici dove, potendo godere, sia pur con notevole
responsabilità personale, di una posizione privilegiata
se paragonata a quella delle maestranze, ho avuto modo di constatare
personalmente quanto fosse duro tutto il loro lavoro ed in particolar
modo quello di costruzione delle gallerie. Essere là dentro
era come trovarsi in un girone dell'inferno dantesco: acqua che
pioveva dal soffitto e acqua che scorreva a pavimento rendendo
obbligatorio l'uso degli stivali e dell'impermeabile da cantiere
che aumentavano ulteriormente le difficoltà del lavoro
di per sè molto duro, un buio pesto malamente rischiarato
con lampade a carburo ed infine un rumore assordante ed un gran
polverone provocati dai perforatori ad aria compressa manovrati
dagli operai. Quando venivano sparate le mine, invece di uscire
all'aperto, essi arretravano di mezzo chilometro e poi, superato
il fragore dello scoppio turandosi le orecchie, aspettavano che
l'aria sana introdotta in galleria a mezzo di grosse tubazioni,
avesse bonificato un po' l'atmosfera per tornare al loro compito,
di per sé molto pesante e per di più svolto in questo
ambiente infernale saturo di fumo, di polvere, di odori e di rumori
insopportabili.
. 





