5.6.3) LA MACCHINA DA PROIEZIONE

La macchina da proiezione Cinemeccanica Victoria 4B

 

La macchina da proiezione era una straordinaria e, allora, moderna Cinemeccanica IVB, ma, per l’eterna esigenza di economizzare nelle spese, era priva di tutti quegli accessori di automatizzazione del funzionamento che potevano essere sostituiti da azioni manuali. Ad esempio una delle funzioni basilari per la proiezione quale era la creazione del fascio luminoso, veniva attuata con una procedura del tutto particolare. Era normalmente svolta da una coppia di carboni, ciascuno della lunghezza di circa una trentina di centimetri, vicini e contrapposti l’uno all’altro e tra i quali si veniva a formare un arco voltaico fonte di luce intensissima. I carboni, alimentati dalla corrente continua prodotta dal gruppo convertitore, erano destinati a consumarsi rapidamente per cui era necessaria una continua azione di avvicinamento che normalmente veniva svolta da un’apposita apparecchiatura automatica. Non così nella cabina di Quero in quanto, trattandosi appunto di un’operazione ritenuta con una buona dose di faciloneria superflua, doveva essere fatta totalmente a mano. Ed eccone la modalità. Innanzitutto nella lamiera posteriore della lanterna dove aveva luogo la combustione dell’arco voltaico, era stato praticato un forellino del diametro di circa un millimetro attraverso il quale le due estremità dei carboni fonte di luce luminosissima, proiettavano una loro nitida immagine sul muro della cabina dove due tacche di riferimento opportunamente disegnate con colore nero, fornivano il necessario riscontro. L’operatore di turno osservando frequentemente le tacche doveva provvedere con continuità a ruotare le apposite manopole per avvicinare tra di loro i due elettrodi ed inoltre per posizionarli esattamente nel fuoco dello specchio posteriore, il tutto sulla base, appunto, delle tacche di riferimento citate. Nessuna distrazione era permessa pena lo spegnimento dell’arco e gli immediati e per la verità non rari fischi che provenivano dagli spettatori al mancare della proiezione sostituita da un buio intenso che veniva ad aversi in sala. Vista attualmente la figura di questo personaggio con la mano sinistra costantemente in azione sulle manopole di avanzamento dei carboni e la fronte appoggiata su un piccolissimo sportellino vetrato attraverso il quale poter vedere la proiezione del film e quindi seguirne e controllarne le vicissitudini, sarebbe veramente comica ma questa era la reale situazione del cinema Prealpi.
Una caratteristica da tener ben presente era la qualità della pellicola che, essendo esclusivamente di celluloide, era infiammabilissima. Per evitare che prendesse fuoco era necessario che essa fosse in un moto assolutamente continuo in quanto, attraversata come era dalla luce intensissima dell’arco voltaico, era sufficiente una sia pur breve sosta per provocarne l’immediato incendio. Accadeva non di rado che, per la rottura del film oppure per qualche particella di pellicola rimasta ferma, il materiale, come detto infiammabilissimo, andasse a fuoco. In tale malaugurata evenienza i mezzi a disposizione non erano costituiti da estintori o da altre attrezzature che più o meno automaticamente entrassero in funzione. Il dispositivo efficace era uno solo: la mano dell’operatore. Era, infatti, necessario agire con estrema rapidità spegnendo con le mani, lo ripeto, con le mani, le fiamme della pellicola, senza di che tutto il film sarebbe in pochi secondi andato a fuoco e subito dopo l’intero cinema. E qui, omettendo di citare gli altri casi a me non noti ma che senza dubbio si sono verificati, vorrei fosse Tullio a testimoniare quante volte ha dovuto personalmente eseguire la descritta, velocissima, azione di spegnimento manuale della pellicola.
L’unica ulteriore attrezzatura antincendio esistente era rappresentata da un secchio pieno di sabbia che era sempre presente in cabina. Non si riusciva veramente a capire cosa esso potesse servire; era invece chiaramente impressa nella mente l’immagine delle nefaste conseguenze che avrebbe prodotto l’eventuale getto di tanta sabbia addosso alla macchina e a tutte quelle rotelle e rotelline in rapido movimento.

La crice di Malta  cioè quel dispositivo meccanico in grado di far avanzare a scatti la pellicola garantendole una sosta di qualche decimo di secondo in modo da assicurare la permanenza dell’immagine sull’occhio dello spettatore

Il proiettore era per la verità dotato di un altro dispositivo che, in teoria, sarebbe dovuto intervenire automaticamente in caso di rottura della pellicola. Si trattava di un rullo che, essendo sostenuto dalla pellicola stessa, al momento della eventuale rottura di quest’ultima sarebbe precipitato in basso chiudendo un circuito che interrompeva il flusso della corrente che affluiva alla macchina ed accendendo le luci di sala. Questo era pura teoria perché gli incendi, semmai, avvenivano nella zona superiore dove si trovava il pericoloso fascio di luce e, nella realtà, l’eventuale intervento del dispositivo sarebbe comunque stato troppo tardivo. In questo caso ha supplito l’iniziativa di chi scrive queste note e che ha aggiunto un bottone rosso, collegato direttamente al dispositivo in questione e che, se premuto, era in grado di svolgere la stessa azione cioè di comandare l’arresto del proiettore, l’immediato stop dell’arco voltaico e l’accensione delle luci della sala. Si deve riconoscere che questo è stato un ritrovato di grande sicurezza che è riuscito a salvare la situazione in molteplici occasioni: ad ogni minimo strano rumore o avvenimento in macchina esso veniva prontamente premuto dall’operatore risolvendo istantaneamente il pericolo incombente e soprattutto salvando l’infiammabilissima pellicola da sicuro incendio.
La macchina, forse per il lungo lavoro fatto praticamente senza manutenzione alcuna, presentava alcuni difetti cui si sarebbero potuto ovviare tramite una provvidenziale revisione generale. Al contrario anche a ciò venne rimediato sul posto tramite trovate originali prodotte dall’arguzia del personale addetto. Uno degli inconvenienti era dato dall’insufficiente potenza del motore elettrico che non riusciva a vincere lo spunto iniziale necessario per avviare la proiezione. In luogo di provvedere alla sostituzione del motore si adottò la tattica di utilizzare la manovella di cui era dotato il proiettore e che in teoria avrebbe dovuto servire esclusivamente per il posizionamento iniziale della pellicola a macchina ferma nel suo percorso d’obbligo tra i numerosi ingranaggi, per avviare a mano la proiezione.

 

Particolare del proiettore. Si noti, in basso seminascosta, la manovella di rotazione

 

Si trattava di far girare manualmente tale manovella fino a far raggiungere alla macchina all’incirca la velocità di regime e solo allora si poteva dare corrente al motore che era finalmente in grado di proseguire da solo nel funzionamento.
Un altro difetto presente nel proiettore era l’instabilità della manopola di regolazione del quadro che, a seguito delle vibrazioni inevitabilmente prodotte durante la proiezione, tendeva a far salire lentamente ma con continuità verso l’alto l’immagine proiettata. Vi si rimediò applicando una fascia metallica che, una volta regolato a dovere il quadro, veniva stretta con cacciavite rendendolo praticamente fisso. Nasceva allora un problema tutte le volte che iniziava la proiezione in quanto il primo quadro doveva comunque essere regolato con un’operazione resa impossibile dalla nuova situazione a quadro fisso. Anche questo problema venne risolto brillantemente avendo cura di incollare nella parte iniziale del film una coda di pellicola di lunghezza prestabilita la quale consentiva di partire sempre  con il quadro perfettamente centrato. Veniva in tal modo raggiunto un duplice risultato: evitare la regolazione e quindi di dover allentare ogni volta la fascetta della manopola di regolazione e al tempo stesso migliorare la proiezione in quanto l’immagine, fin dall’inizio, partiva a quadro perfettamente centrato. Da quanto precede si capisce come l’operazione di avvio della proiezione non fosse semplicissima. Innanzitutto c’era una tiritera imparata a memoria e che bisognava obbligatoriamente recitare allo scopo di verificare se erano state effettivamente portate a termine una lunga serie di operazioni preventive importantissime: la sistemazione, come detto, del quadro, il regolare aggancio della pellicola che ne garantisse il trascinamento ed il riavvolgimento nella bobina inferiore, la regolarità del percorso della pellicola attraverso i vari ingranaggi, la presenza di ricci di dimensioni adatte per compensare la trazione a scatti della pellicola, l’accensione e regolazione dei carboni ecc. ecc. Messo in moto il gruppo convertitore, acceso l’arco voltaico e regolata la posizione dei carboni, occorreva portare, come detto, la macchina a girare manualmente, quindi dare corrente al motore ed infine spegnere gradualmente la luce della sala agendo sulla resistenza ex ferro da stiro di cui si è già dato spiegazione. Aperto lo sportello davanti all’obbiettivo e regolato il volume del sonoro aveva finalmente inizio la proiezione che continuava da sola con un ticchettio dato dalla croce di malta cioè da quel dispositivo che faceva avanzare la pellicola a scatti in modo da far sostare ogni immagine nella finestrella illuminata per il tempo necessario perché la stessa venisse fissata nella retina degli spettatori e desse cosi l’esatta sensazione del movimento. Ne risultava un suono continuo e monotono interrotto da un rumore istantaneo ma assordante prodotto dalle giunzioni, più o meno frequenti a seconda dello stato reale della pellicola, cui corrispondeva un poco piacevole balzo verso l’alto dell’immagine dello schermo ed una altrettanto poco piacevole variazione brusca del sonoro. Si deve dire che per i film importanti la proiezione era buona ma per certe pellicole che il gestore sceglieva quale riempitivo di giornate morte, le giunzioni si succedevano quasi senza interruzione e, nonostante l’accurato restauro fatto in sede di riavvolgimento della pellicola ne risultava una visione ed un sonoro veramente scadenti.
Concludo l’argomento macchina da proiezione riportando alcune considerazioni fatte quando ero io l’addetto alla sua conduzione e che mantengo ancora vive nella memoria in quanto è su di esse che si è conformata una importante parte della mia vita. Se da un lato ero allora molto soddisfatto per i tanti aspetti positivi insiti in tale impegno e che condividevo con i colleghi che mi avevano preceduto, dall’altro provavo una netta sensazione di ripulsa per l’operazione di regolazione manuale dei carboni e, ancora di più per l’avviamento, anch’esso manuale, della macchina ottenuto facendo girare vorticosamente la manovella. Nel compiere quest’ultima operazione mi sembrava fossimo tornati indietro con gli anni al tempo delle prime riprese cinematografiche quando l’operatore non aveva alta scelta all’infuori di quella di far girare la macchina da presa a mano curando di imprimerle una velocità di rotazione ottimale, senza, pur tuttavia, riuscirci tanto è vero che nelle successive proiezioni, anch’esse con macchina fatta girare a mano, i personaggi si movevano a scatti e più velocemente del normale.
Nella mia mente il compiere manualmente tali operazioni, sostituendo alla macchina la persona, significava negare il progresso e quindi chiudere le porte al sempre maggior benessere che ne derivava. Questa modo di pensare mi accompagnò per tutta la vita, spingendomi ad utilizzare, nel lavoro, nel divertimento e, più generalmente, in tutta la mia attività ma, ovviamente, con i limiti imposti dalle possibilità obbiettive del momento, ogni risorsa tecnologica disponibile, fino ad indurmi, ultima decisione in ordine di tempo e come già spiegato al cap. 2.6 ad un uso intenso della più importante e determinante risorsa dell’ultimo decennio: il computer.

Ai nostri giorni le macchine da proiezione come quella del vecchio Cinema Prealpi sono diventate dei cimeli visibili in giro per l’Italia nelle posizioni più disparate.

 

 

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