LE ATTREZZATURE DI GIOCO

Angelin Bolet con tricliclo anni 30

 

Uno dei giochi cui partecipavamo attivamente noi ragazzi assieme anche a molti adulti era quello del “pindol” basato su un attrezzo a due punte ricavato da un comune pezzo di legno duro della lunghezza di una ventina di centimetri che uno di noi lanciava in alto tramite una robusta mazza in legno leggermente ricurvo (il pandol), mentre gli altri tentavano  di afferrarlo al volo. Per evitare di farsi male alle mani, questi ultimi usavano la giacca o la maglia di lana che ci eravamo tolti, con i risultati che si possono ben immaginare per quelle vesti di per sé assai precarie. Uno dei più bravi giocatori di pindol era Berto D, che , per l’occasione, chiamo in questo modo per distinguerlo da un altro Berto che comparirà più avanti.

 

il gioco del “pindol” a due punte fatto saltare in alto con la mazza chiamata pandol per essere poi nuovamente colpito a volo e rilanciato lontano

Oltre che eccellere nei tiri Berto era rapidissimo nell’afferrare l’attrezzo in aria e così vincere la partita. Poco tempo fa incontrandolo a Quero dove vive affetto da una malattia che gli rende estremamente difficile muovere gambe e braccia tanto che riesce a fatica a tenere in mano perfino le carte da gioco e dedicarsi a quell’ultimo suo passatempo che gli riesce al bar con gli amici, gli ho detto: Berto la faresti volentieri una partita al pindol?. Mi ha guardato sconsolato senza proferire parola.E’ da notare come nel gioco del pindol ed anche in molti altri di quelli che elencherò più avanti, svolgesse un ruolo importante la qualità degli attrezzi usati tutti autocostruiti seguendo modalità via via perfezionate dall’esperienza di ognuno di noi. Ad esempio il pandol, cioè la mazza di lancio, oltre che essere ricavata da essenze legnose particolarmente dure per poter resistere all’uso, doveva avere un peso ed una forma ben definita. I nostri giochi, pertanto, dovevano essere preceduti da un’attività altrettanto piacevole di ricerca del legno adatto e della sua lavorazione. La soddisfazione finale era data non solo dall’abilità di condurre il gioco ma anche da quella di essere riusciti a costruirci l’attrezzo migliore. Impossibile non notare la differenza con i giochi dei giovani d’oggi nessuno dei quali si dedica alla costruzione dei propri accessori ma, al contrario, effettua una gara per acquistare la racchetta da tennis o il paio di sci migliori perchè più costosi degli altri!.
Altri giochi basati sull’uso di attrezzi autocostruiti erano il camminare su alti trampoli, il correre con il cerchio, il gioco delle palline di terracotta, l’uso della fionda, la corsa con i carrettini. Su ognuno di questi ci sarebbero molti aneddoti degni di essere ricordati. Il cerchio in ferro, ad esempio, era ricavato dalla parte superiore delle vecchie pentole di rame delle quali costituiva l’anello di finitura superiore essendo totalmente rivestito dal lamierino di cui era costituito tutto il corpo della pentola.

 

 

Il gioco del cerchio di ferro ricavato da un pentola di rame in disuso. Notare il ferro con manico in legno usato per far scorrere il cerchio in equilibrio verticale e correndo sulla strada

Usavamo poi costruirci l’apposito ferro (vedi disegno schematico allegato) con il quale era possibile spingere il cerchio e seguirlo correndo, organizzando anche delle vere e proprie gare di velocità tra molti ragazzi l’uno di fianco all’altro. Per colpire e vincere le palline colorate di terracotta che compravamo a modico prezzo, usavamo allora una sfera di circa due centimetri di diametro chiamata ” il boro”, che ci eravamo costruita colando del piombo entro forme di argilla e che poi rendevamo perfettamente sferica battendola pazientemente col martello. La scelta del piombo non era casuale ma dettata dalla necessità di ottenere un “boro” pesante che meglio si prestava per lanci precisi come erano quelli necessari per vincere nelle competizioni.
Nel gioco “dei vivi e dei morti” usavamo “le pacere” cioè delle pietre circolari del diametro di circa una decina e dello spessore di circa un centimetro che lanciavamo su un’area di terra battuta pianeggiante per colpire e quindi “uccidere” gli avversari, ognuno rappresentato da una piccola pietra disposta verticalmente. Per approvvigionarci delle “pacere” eseguivamo prolungate ispezioni del greto del piave allora ricco di pietre di tutti i tipi e, per la loro lunga convivenza con l’acqua fluente, arrotondate e levigate, per trovare quelle che facevano al caso nostro e cioè adatte alla nostra mano sia per forma che per peso.
Altri giochi come quello classico del ” nascondiglio”, della corsa a” bandiera” o ai “prigionieri” o quelli della ” salta mussa” consistente nel saltare sulla groppa di una lunga fila di compagni curvati ed appostati l’uno appresso dell’altro, non abbisognavano di alcuna attrezzatura ma erano ugualmente piacevoli. Altri ancora, riportati qui di seguito, presentavano aspetti così interessanti da meritare altrettanti capitoli specifici.

IL PINDOL PANDOL – UN GIOCO ANTICO CHE TORNA IN LUCE

La giostra a catene che stazionava in Piazza Marconi durante la fiera di settembre. La casa sullo sfondo è quella del sarto Marcer Mario. Sulla giostra Franco Corrà che sarà futuro Sindaco di Quero con la sorella Mirka

 

 

D’inverno si sciava sul “Col dei Sechi” a confine con la Via Cimitero. Da notare gli sci fatti in casa dal falegname locale con legno frassino. La pista era rettilinea perchè nessuno di noi sapeva curvare . Eravamo bravi ad acquistare velocità notevole e fare anche dei salti ma la condizione di base, per fermarsi, era che la parte finale della pista fosse pianeggiante. Nell’ordine da sinistra di chi guarda : Giovanni, Piero, Bernardin, Nino, le due sorelle di Nino Irma e Fernanda, un locale carabiniere che poi sposerà la Bruna, ed infine la sorella di Berto, Silvana.

 

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