2.8.1) FALEGNAMI

E’ ben noto come nel periodo che stiamo esaminando non esistesse proprio, come invece è normale ai nostri giorni, la costruzione in serie delle mille cose di uso corrente per le famiglie o per le persone. Anche i mobili delle nostre case erano costruiti di volta in volta e su ordinazione dai locali artigiani nelle falegnamerie come quella di mio padre, con lavorazione fatta a mano ed utilizzando esclusivamente legni nostrani come l’abete e, per le lavorazioni di pregio, il noce ed il ciliegio. Per i serramenti si usava l’ottimo larice nostrano e per lavorazioni particolarmente curate il pero o qualche altra simile essenza dura.
Anche mio padre, nella costruzione dei bellissimi mobili che uscivano dalla sua piccola falegnameria sita in Piazza Marconi non utilizzava alcun motore elettrico: tutte le lavorazioni erano effettuate a mano. Ricordo in particolare “gli specchi” che costituivano la parte centrale degli sportelli dei vari mobili. Per la loro costruzione era necessario ricavare da un unico pezzo di legno ( di solito noce, ciliegio o qualche volta pero sempre di piante nostrane e di essenze dure ) largo una trentina e spesso una dozzina di centimetri, delle tavole molto sottili (mezzo centimetro circa di spessore) che affiancate le une alle altre formassero, con la loro venatura disposta simmetricamente, delle piacevoli figure. Ebbene anche questo lavoro doveva essere fatto tutto a mano tramite una grande sega (lo spartidor) mossa nella direzione dei trenta centimetri di larghezza, da due persone per ore ed ore fino a ricavarne le singole tavolette che dovevano successivamente essere levigate con pialla a mano fino a renderle perfettamente lisce e pronte ad essere rifinite con carta vetrata e lucidate, ancora una volta a mano.

 

Lo spartidor, una grande sega da usarsi in due per suddividere un asse di legno in tante sottili tavole

 

Oltre alla normale pialla era adoperato anche il “soraman” una pialla speciale lunga una ottantina di centimetri che, proprio grazie alla sua notevole estensione, garantiva una perfetta planarietà delle tavole in lavorazione. Allo scopo il ferro doveva essere affilatissimo e tale risultato veniva raggiunto facendolo scorrere, naturalmente a mano, su una apposita pietra di color nero preventivamente unta con olio di lino.

 

Il soraman, una lunga pialla usata per garantire la perfetta planarità delle tavole

 

Ci sarebbero numerosi altri aneddoti degni di nota sulla lavorazione artigiana di un tempo. Tra tutti cito la colla “caravella”, unico collante per legno allora usato e che si distingueva per due particolarità tutt’altro che positive. A differenza dei molteplici tipi oggi disponibili ed atti a compiere, in fatto di saldatura di qualsivoglia materiale legno compreso dei veri e propri miracoli, detta colla, una volta posta in opera, aveva una durata temporalmente limitata. Vi si doveva ovviare con una lavorazione a maschio e femmina coadiuvati da cunei ( le cosiddette “pendole”) atta a garantire che le giunzioni restassero inalterate anche quando, essendo composta da materiale organico, essa sarebbe marcita. Il secondo problema era dato dalla necessità di usarla caldissima pena la sua totale perdita di efficacia. Da quanto detto derivavano due condizioni essenziali per assicurare un buon risultato finale: una lavorazione accuratissima delle parti da collegare tra di loro, lavorazione tanto più difficile in quanto fatta interamente a mano, ed una loro composizione ed incollatura velocissima. Ricordo come la procedura di incollatura dei vari pezzi di un mobile operasse una radicale trasformazione di mio padre che, in tale occasione preso da una irrefrenabile fretta, diventava una specie di ossesso indiavolato. Devo però dire che i mobili da lui costruiti sessant’anni or sono, come ho potuto recentemente constatare, sono ancora perfetti.
Un’altro dettaglio degno di nota riguarda la mazza da minatore che, come ho detto in altra parte, mio padre adoperava quale valido sostituto dell’incudine. Ebbene uno dei suoi usi più frequenti era quello relativo al raddrizzamento dei chiodi recuperati da un precedente impiego, segno evidente che, allora, nulla doveva essere scartato nemmeno i chiodi vecchi! Da rilevare infine la lucidatura finale a spirito e gomma lacca fatta passando e ripassando a mano infinite volte tutta la superficie del mobile con lo stoppino. Non si può evitare di confrontare la lucidatura descritta con le attuali verniciature dei manufatti in legno che vedono il mobile finito o addirittura al grezzo, passato alle ditte specializzate le quali provvedono con apparecchiature automatiche alla finitura riuscendo, se richiesto, addirittura trasformare l’aspetto del prodotto finito attribuendogli le esatte caratteristiche di qualsivoglia essenza legnosa a scelta del cliente, oppure con laccatura mono o multi-colore. Ai mobili di legno massiccio di un tempo sono subentrati quelli moderni che appaiono altrettanto belli ma che sotto una sottile pellicola superficiale nascondono le essenze più strane che vanno dai legni esotici non pregiati per arrivare ai pannelli formati dagli scarti del legno incollati e pressati.
Nella falegnameria di mio padre, sita in Piazza Marconi, , da ragazzo, ho passato molto tempo per costruire degli oggetti in legno utilizzati in varie occasioni, alcuni delle quali citate in questo racconto. Da bambino piccolo piccolo mi piaceva collezionare i ritagli di legno che usavo prelevare direttamente dal pezzo in lavoro. Una volta, tutto intento in questa attività, ho addirittura messo una mano a contatto con la sega che mio padre stava usando. Il dito medio della mia mano sinistra ha riportato la recisione della estremità compresa anche una piccola parte dell’unghia. E’ ancora viva in mè, forse perché ne porto ancora il segno, la disperazione di mio papà che voleva in qualche modo riattaccarmi il pezzettino raccattato da terra senza, ovviamente, riuscire nell’intento.

 

La falegnameria di mio papà in Piazza Marconi, prima del restauro

 

 

La falegnameria di mio padre, restaurata e trasformata in una piccolissima abitazione, è il luogo dove risiedo tutte le volte che vado a Quero e dove svolge recapito mio figlio per la sua attività di libero professionista in quel paese. Tutto questo costituisce un ulteriore modo per farmi ricordare l’intenso ed interessante lavoro compiuto entro quelle mura da mio padre. Mi dà anche l’illusione che egli dall’alto possa vederci e, non so dire in che modo, anche gioirne.

 

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