2.2.9) GLI UCCELLINI

L’accanimento dei giovani contro i poveri e graziosissimi uccellini non si limitava ad alcune bravate di caccia che descriverò al capitolo 5.1.4 ma andava ben oltre a dimostrazione di una crudeltà che oggi non riesco a  giustificare. Ai giovani piaceva molto tenere in casa degli uccellini che, per l’eterna necessità di economizzare nelle spese, venivano scelti tra quelli che abbondavano nelle nostre campagne e quindi abituati a vivere in piena libertà ma che noi, senza riflettere  per nulla sul misfatto che stavamo compiendo, costringevamo entro anguste gabbie.
Due erano le modalità da seguire per entrarne in possesso.
Prima di tutto tenevamo d’occhio i nidi sugli alberi e, non appena finito il periodo di covata, insensibili al verso disperato della madre che ci svolazzava intorno per tutta la durata della truce operazione, li prelevavamo dal nido ancora implumi. Mi ricordo un episodio davvero drammatico occorsomi con una nidiata di splendidi cardellini che io avevo messo, appena nati, in una gabbia sistemata sulla finestra della soffitta di casa mia. All’interno avevo preparato il mio osservatorio dal quale potevo assistere, non visto, allo spettacolo della mamma che veniva a dar da mangiare ai piccoli i quali, non appena la sentivano arrivare, protendevano attraverso le sbarre della gabbia, i loro minuscoli becchi spalancati.
I miei amici mi avevano avvertito di stare attento e, non appena i piccoli avessero messo le piume, di ritirare la gabbia impedendo alla madre di avvicinare i figlioletti perchè questa, una volta resasi conto che essi, ultimata la crescita delle piume, non potevano spiccare il volo perchè prigionieri, avrebbe preferito vederli morti e quindi li avrebbe avvelenati. Pensando non fosse ancora finito lo svezzamento e non essendo pienamente convinto della veridicità di questa affermazione a mio parere inverosimile, ho tardato un pò ad intervenire confortato anche dal ripetersi in piena normalità dell’alimentazione dei piccoli che tenevo sempre sotto controllo. Invece una brutta mattina hanno trovato piena conferma le più pessimistiche previsioni e tutti quattro i cardellini giacevano morti nella gabbia, sicuramente per aver ingerito qualche sostanza velenosa che la madre aveva loro procurato.
Il fatto che un gesto così violento venisse messo in atto dalla loro mamma dimostra quanto grande fosse per quelle bestiole il valore di ciò che avevano irrimediabilmente perduto cioè della libertà e, di riflesso, quanto crudele fosse il nostro gesto che di tale dolorosa perdita era responsabile.
La seconda possibilità di entrare in possesso di uccelli era rappresentata dai “roccolo”. Al raccapriccio dell’episodio che ho appena raccontato bisogna qui aggiungere il ribrezzo per questa attività che era fondata su una vera ecatombe di uccelli.

 

Il roccolo

Il roccolo era formato da una rete alta circa tre metri che circondava a 360 gradi una ristretta zona montana. Al suo interno si trovava una casetta sopraelevata fatta con rami d’albero ed entro la quale si nascondeva l’autore di tanta carneficina e, sparse tutto intorno, le gabbiette degli uccelli di richiamo mascherate tra rami e fogliame. Quando gli uccellini di passaggio, richiamati dai loro colleghi canori, si calavano all’interno del recinto, l’addetto lanciava orizzontalmente e a circa 4 metri di altezza degli oggetti in vimini intrecciati muniti di un manico, specie di rudimentali racchette da tennis le quali, percorrendo l’atmosfera a forte velocità, emettevano un rumore intenso, una specie di sibilo che spaventava gli uccelli spingendoli a fuggire precipitosamente con un volo radente al suolo che finiva per portarli ad impigliarsi nella rete. Il passo successivo era la morte di tutti i volatili per finire quindi allo spiedo. Si trattava per la maggior parte di luccherini una specie di piccolissimi uccellini di color verde o giallo-verde molto belli e che vivevano anche in gabbia.
Queste le gesta, non proprio edificanti, compiute da chi scrive, allora tredicenne. Ho dovuto arrivare all’età adulta per rendermi amaramente conto della crudeltà insita nei nostri giochi e che, come dimostrato dall’episodio della nidiata di cardellini raccontato sopra, fosse preferibile la morte in massa, normale fine degli uccellini che restavano impigliati nella rete del roccolo, al trattamento che noi riservavamo ad alcuni di loro rinchiudendoli in gabbia. Da allora non riesco più a tollerare zoo, circhi equestri, canarini e criceti in gabbia, vasi di pesci o qualunque altra modalità di costrizione di un qualunque essere vivente entro ristretti spazi sopratutto se finalizzata esclusivamente a far divertire egoisticamente spettatori più o meno ignari della reale condizione di vita di quei soggetti.

 

 

I cacciatori queresi espongono davanti al Municipio di Quero le lepri appena uccise

 

IL ROCCOLO    racconto di Toni Serena

 

SEGUE AL PROSSIMO ARTICOLO

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