UNA FAMIGLIA VENETA NEL PRIMO NOVECENTO

 

racconto di Angela Favero

Angela Favero

Nel novembre del 1917 agli abitanti di Quero è stato ordinato di lasciare il paese che stava per essere occupato dai tedeschi. Noi aspettavamo mia zia Ica che doveva arrivare da Vittorio Veneto, dove faceva la cuoca, con una carrozza che le avevano dato i suoi padroni. Prima di lasciare la casa, di notte, mio papà con altri che lo aiutavano aveva scavato una grande buca nel cortile e avevano messo dentro tutto quel che potevano: farina, zucchero, formaggi, la macchina da cucire di mia mamma (che poi l’han ritrovata a Feltre), la sua dote, anche mezzo sacco di caffè in grani lasciato dai bersaglieri che si erano fermati a Quero un po’ di giorni e avevano sempre fatto il pane nel forno di mio papà. La buca poi era stata coperta con una catasta di legna, uguale alle altre cataste che c’erano nel cortile e che servivano per il forno.

Siamo montati tutti quanti sulla carrozza e si doveva andare verso Treviso. Ma quando siamo arrivati al fondo della Calnova gli italiani avevano fatto saltare il ponte sul Tegorzo perché non passassero i tedeschi. Assieme a tanti altri siamo tornati indietro e siamo andati a Schievenin. Invece Bepi e sua mamma sono andati giù al Tegorzo, dove c’era il mulino di Furlan, nelle grotte, sotto le rocce, e sono stati lì e poi li hanno portati ai confini con l’Austria e loro hanno patito anche la fame.

A Schievenin eravamo nella casa di uno che era compare di mio papà: noi si era sopra, in una stanza grande; sotto, dopo che anche a Schievenin erano arrivati i tedeschi, c’era il comando tedesco. Ogni sera arrivava da Feltre un battaglione di tedeschi che dicevano: “Morgen nach Venezia” (domani andiamo a Venezia). Alla mattina partivano presto presto e cercavano di passare il Monfenera ma di lassù gli italiani sparavano con le mitragliatrici e pochi ritornavano vivi. Hanno continuato così per alcuni giorni. A Schievenin c’erano anche dei feriti, alpini italiani che i tedeschi avevano portato là, e mia mamma li ha curati, per quel poco che poteva fare. Arrivavano granate anche a Schievenin: una ha colpito una casa e sono morte venti persone.

Noi eravamo lì con tutti i parenti, anche la zia Checchina, la zia Ica, la Gina, mia nonna, noialtri insomma. La Maria Favero era a Bassano. Erano stati più fortunati quelli che avevano lasciato Quero per tempo, prima che i ponti fossero distrutti, come mia cugina Ida e la sua famiglia che erano andati nel sud Italia.

Mio zio Gioachino e mio zio Chechi erano in guerra. Mio papà, invece, era con noi, non so se per l’età (era del 1875) o perché aveva cinque figli. Noi bambini andavamo avanti e indietro, si correva. Da mangiare ce n’era perché mia mamma aveva portato a Schievenin tanta roba. Un giorno vien dentro un tedesco con la camicia da notte da sposa di mia mamma, che era di lino con un carré di pizzo, chiedendo: “Chi comperare questa?”. Mia mamma, quando l’ha vista, figurarsi, ha capito che avevano aperto la buca nel cortile e si è messa a piangere.

A dicembre i tedeschi ci hanno costretto tutti ad andare via. Siamo partiti da Schievenin su sette birroccini, sette carretti piccoli. Avevamo tutti un fagottino. Siamo passati per Quero e la nostra casa era tutta una maceria e dove c’era la buca avevano tolto via la legna. Ho visto questa buca e tanta calce dappertutto. Questo me lo ricordo bene. Sulla strada c’erano cavalli morti per il gas, con la pancia gonfia, e anche soldati tedeschi morti. Gli italiani usavano il gas nelle granate che sparavano dal monte Tomba o da Pederobba. Era morta per il gas anche mia zia Eugenia Forcellini, che era scappata come noi a Schievenin ed era stata nascosta là, sui suoi terreni. Lei, come tanti altri, credeva che i tedeschi fossero solo di passaggio per andare a Venezia e che poi si potesse tornare a casa. Ha voluto tornare a Quero e quando sparavano si è chiusa nella cantina con altre tre o quattro. Sono morte tutte per il gas perché hanno aperto la porta dopo che erano appena scoppiate delle granate.

Mio papà raccontava che a sparare dal Monfenera su Quero c’era Giovannino Banchieri che per prima ha buttato giù la sua casa lassù sulla piazza perché se no gli altri dicevano: “A casa soa nol spara mia, ah!” e allora lui ha sparato sulla sua casa e poi sulla chiesa, dappertutto. Era uno coraggioso. Dentro a Schievenin in quegli anni c’erano ancora le aquile e lui era capace di andare in cima a una roccia, dove non va nessuno, a prendere l’aquila.

Noi siamo stati portati a Feltre e lì ci hanno dato da mangiare. E poi siamo andati a finire a Belluno. A Belluno si andava a prendere un piatto di minestra che preparavano per i profughi, si dormiva in una grande casa vuota, tutti assieme. Da Belluno su un camion i tedeschi ci hanno portato a Fadalto. Si era aperta la porta di dietro e mia zia Checchina era caduta giù ma non si era fatta male. C’era il ghiaccio per terra e, per far andare avanti il camion che sbandava, un tedesco metteva una catena sotto le ruote, rompeva il ghiaccio, e allora il camion tornava in mezzo alla strada. Mia mamma aveva cucinato patate da mangiare per strada e aveva portato un bel pezzo di formaggio grana. Mi ricordo che si mangiava patate e parmigiano e si attraversava un ponte, ed era carico questo camion, ma carico, ed eravamo sul bordo del lago di Santa Croce. Quanta paura! Me lo ricordo e se lo ricorda anche Giacomo. A Fadalto ci siamo fermati 7-8 giorni e mio papà ha fatto il forner anche là. Mio papà e mia mamma sono riusciti ad avere un carro con due cavalli per scappare ai tedeschi, se no ci portavano in Ungheria. Siamo andati vicino a Vittorio Veneto, a Fregona, e là siamo stati tutto l’anno fino alla fine della guerra e là è nato Ino. A Fregona eravamo, mi ricordo benissimo, in una casetta con l’acqua che passava sotto, dove la Bona andava a lavare i paneseidi Ino, e di là dalla strada c’era una casa con gente tanto gentile, hanno fatto andare là mia mamma a partorire perché eravamo tutti stretti in quella casetta piccola.

Mia mamma, prima di avere Ino, lei e sua sorella con un carrettino andavano a prendere la biada giù per la pianura dove c’era tanto sorgo e hanno avuto la fortuna che le hanno sempre lasciate passare ai posti di blocco dei tedeschi. Dopo che era nato Ino, mia mamma andava ancora, sempre con questo carrettino, e quando arrivava vicino al posto di blocco faceva piangere il tosatel e allora le dicevano: “Nach nach”, via, via. Anche Bepi che era andato a finire vicino all’Austria, raccontava che sua zia lo prendeva per mano quando andava a cercare qualcosa da mangiare e lui le dava calci e non voleva che dicesse: “Fate la carità per questo povero tosatel”. Mia mamma aveva un po’ di ori, di schei che si era portata dietro, e le andavano bene per comperare il sorgo. Dopo li ha finiti tutti. Lei dava la biada a dei contadini che c’erano per andare su in Cansiglio e loro, quando ammazzavano le bestie, le davano una coscia. La appendevamo su per il camino perché durasse, perché si seccasse. Il mangiare non è mai mancato. Mia nonna Angela faceva il pane sul focolare, faceva anche la pinza su delle latte, dura dura, ma così buona che non so. A Fregona c’era anche mia zia Checchina, con la Gina e Giovannino suo fratello che erano orfani. Loro, poveretti, facevano la fame. E allora la Bona mia sorella prendeva un pugno di fagioli a mia mamma e glieli portava, di nascosto. Invece noi non abbiamo mai patito la fame grazie a mia mamma.

Battista, poveretto, aveva tanto male ai piedi. Aiutava mia mamma a tirare il carretto perché mio papà era sempre nascosto in soffitta. Mio papà non aveva fatto il militare perché era stato esonerato, ma dopo i tedeschi portavano via tutti gli uomini. Sono venuti una sera in questa casetta e sapevano, si vede, che c’era là mio papà. Allora mia mamma (eravamo ormai a letto) ci ha fatti alzare e ci ha messi sulla scala, tutta una fila. Si sono commossi, sono stati bravi e non hanno portato via mio papà. Giacomo andava ad aiutare i contadini a arare, a tirare su il fieno, a portare le mucche al pascolo, allora gli davano da mangiare e gli davano anche una fascinetta di legna che lui portava a casa. La Cesca ha fatto la spagnola. Mi ricordo che la vedevo sempre seduta al tavolo con la testa giù. A Fregona c’era un dottore, ha curato lei e anche mio papà che era stato tanto male, è quasi morto. Aveva bisogno di zucchero ma allora non c’era né zucchero né niente. Alla Cesca sono venute fuori delle ghiandole sul collo, l’hanno operata male a Vittorio Veneto e le è rimasta una cicatrice brutta, per questo poi portava sempre maglie coi colli alti. Giacomo, che aveva due anni più di me, si ricorda che sulla strada lavoravano i prigionieri italiani e i bosniaci li sorvegliavano col fucile, avanti e indietro. I prigionieri dicevano in italiano: “La guerra adesso finisce” e i bosniaci dicevano sempre: “Ja, ja”. E li insultavano anche, in italiano, e i bosniaci non capivano e dicevano sempre: “Ja, ja”.

Giacomo ricorda bene il giorno della fine della guerra. Dicevano che alla stazione c’era un deposito con aringhe abbandonate. Allora mia mamma, mia zia e i miei fratelli sono partiti per andare a prendere queste aringhe. I tedeschi avevano occupato tutta la strada e andavano su per il Cansiglio per tornare in Germania. Per la strada, sulla curva, era arrivata una granata e c’era una donna morta e un cane. Mia mamma e gli altri sono arrivati vicino alla stazione e mentre erano là sono arrivati due lancieri a cavallo che si vede che andavano verso casa perché era finita la guerra. E tutti quanti, dalla contentezza, gridavano, piangevano, a vedere quegli italiani che erano arrivati. Quando hanno fatto per andare a prendere queste aringhe e c’era da passare su un prato lungo, hanno cominciato a sparare e allora mia mamma e gli altri sono tornati indietro e intanto sono arrivati sette o otto bersaglieri e hanno detto: “Bisogna andare dentro perché i tedeschi sparano dalle colline”. Sono andati dentro in una casa. E i bersaglieri hanno messo una bicicletta con la mitraglia e hanno cominciato a sparare verso la collina. Ma i tedeschi venivano sempre avanti. Mia mamma e gli altri erano nascosti sotto al secer. I bersaglieri dopo un po’ hanno detto: “Noi bisogna che andiamo via perché se stiamo qua tiriamo bombe a mano quando vengono dentro e vi facciamo male, ammazziamo anche voi”. Appena andati via i bersaglieri, sono arrivati i tedeschi, bosniaci, grandi, con questo fucile, e hanno detto: “Taliani, taliani”. Mia mamma ha detto : “Nein nein nein. Nein italiani”. Ma loro non hanno creduto e sono andati su per le scale e battevano col fucile sulle porte e hanno guardato dentro ma non li hanno trovati e allora sono venuti giù. Mia mamma e gli altri sono andati fuori e, cinquanta metri avanti, là per terra hanno visto uno di quei bersaglieri morto. Era la sera verso l’imbrunire e la guerra era finita. Poi sono passati per Fregona mio zio Chechi e mio zio Gioachino che avevano fatto la guerra.

A Fregona, qualche settimana dopo la fine della guerra, Giacomo ha perso tre dita della mano sinistra a causa di una bomba. La Cesca aveva trovato una capsula con una polverina e Giacomo gliel’aveva presa e poi aveva levato il tappo per buttare la polvere sul fuoco. Era venuta su una fiammata e gli era scoppiata in mano. Allora due alpini lo hanno portato all’ospedale militare di Vittorio Veneto, ma l’ufficiale medico lo ha rimandato indietro perché lì curavano solo i militari. Lo hanno portato a San Giacomo, all’ospedale, ma neanche lì volevano riceverlo perché non c’era posto. I due alpini hanno battuto alla porta finché le suore non lo hanno tirato dentro ed è stato lì sette o otto giorni. Quando è tornato a casa le ferite non guarivano mai, le garze erano sempre attaccate. Poi mia mamma lo ha portato all’ambulatorio del battaglione degli alpini e lì finalmente lo hanno medicato senza fargli male e in quindici giorni le ferite si sono cicatrizzate. Mio papà finita la guerra è andato a Quero per vedere com’era, ma la nostra casa era crollata, c’erano solo macerie. Era tutto a terra, ricordo che quando poi siamo tornati andavamo a giocare sulle cataste di macerie. Mio papà a Quero ha incontrato Toni Gatto, eravamo parenti da parte della moglie che veniva da Bassano. La sua casa aveva ancora il cuert e allora ha detto a mio papà se voleva fare assieme, lui aveva la bottega e mio papà faceva il pane. Appena hanno preparato una casa vecchia lì vicino, mio papà ha potuto venire a prendere la famiglia a Fregona e siamo stati in quella casa, dove mia mamma aveva la licenza di osteria. Ma di lì ci hanno mandato via perché serviva per degli uffici e siamo andati in una baracca.

C’erano baracche dappertutto, anche la scuola e il municipio e la chiesa erano in una baracca. Con la guerra erano andati distrutti anche i registri dello stato civile. Io ho sempre compiuto gli anni a dicembre e poi, quando sono andata a cercare dei documenti, ho trovato che ero nata a giugno. Mia zia Checchina diceva sempre: “Ma non è possibile, quando sei nata c’era la neve”. Mi hanno invecchiata. Qualche baracca era più bella, in gesso, come una casetta, le altre erano tutte baracche di legno. Noi siamo andati prima in una baracca e poi in un’altra più grande, di legno, quella dove prima c’era la scuola, che aveva perfino i poggioli.

Della nostra famiglia al ritorno a Quero mancava mio nonno Toni Resegati. Quando tutti erano andati via da Quero, lui non aveva voluto partire. Mia mamma e mia nonna gli dicevano: “Vieni” ma lui è stato lì, sotto le granate. Da giovane era stato in Germania e poi a Quero aveva fatto scuola di tedesco per gli emigranti che andavano in Germania. Sulla sua osteria aveva scritto “Kaffee” in tedesco. Dopo che i tedeschi nel novembre 1917 avevano buttato bombe a mano nella chiesa di Quero dove molti soldati italiani si erano rifugiati per arrendersi e avevano fatto una strage uccidendone 150, aveva cambiato idea su di loro, però era rimasto lì. I tedeschi lo hanno poi portato via a forza. E’ morto da solo a Ponte delle Alpi, quindici giorni prima che finisse la guerra. Molti, dopo la guerra, non sono più tornati, perché erano morti di fame. E quanti giovani a Quero erano malati di tubercolosi! Vicino a noi c’era una famiglia dove sono morti tutti di tubercolosi e mia mamma tutte le mattine faceva lo zabaglione e glielo portava. Allora non c’erano sanatori dove ricoverarli. A casa, e poi morivano.

E quanti pidocchi! C’era uno che veniva a casa nostra e si sedeva e poi noi si metteva la sedia fuori perché li vedevamo correre sulla sedia. Per distruggerli solo petrolio. E pulci! La gente metteva fuori le lenzuola ed erano tutte a macchie. Non c’erano bagni, niente. Ino, piccolo, era tutto una crosta, si vedevano solo gli occhi. Dava fastidio. Solo la Bona lo puliva, lo disinfettava, non so con cosa, perché non c’era niente, forse con acqua e sale. Lo ha allevato lei. La Bona era del 1906, Ino del 1918. La chiesa è rimasta a lungo nella baracca giù in fondo alla piazza. Si andava a messa laggiù, ho fatto la comunione, la cresima, tutto laggiù. Avevamo un vestitino a quadretti, io e la Cesca, e il paltò fatto con due coperte da militare da una che non era neanche sarta. Mi ricordo che il paltò aveva le tasche tutte bordate attorno. Con due coperte. Non c’erano stoffe allora, subito dopo la guerra.

A Quero siamo ritornati a scuola, nella baracca. Io andavo nella stessa classe con la Cesca, assieme. La nostra maestra era la zia Checchina e quando arrivavamo in ritardo ci diceva che eravamo le ultime ruote del carro. Lei era l’unica maestra di lì, le altre erano forestiere. Quella di Giacomo era triestina, si chiamava Elena Gerolomich. Giacomo aveva fatto due anni di scuola prima della guerra, ma non glieli hanno contati, ha ricominciato col primo anno. Le classi erano molto numerose. Pian piano la nostra casa è stata ricostruita. E’ stata fatta con quello che ci hanno dato per i danni di guerra. Il governo si basava sulla perizia delle case vecchie e tutti volevano farla grande il doppio e allora bisognava pagare la differenza. Anche noi abbiamo pagato per tanti anni 30.000 lire di differenza. Prima della guerra la casa era nello stesso punto, in via Nazionale, che però era più stretta, ma la casa era fatta diversa. E poi ne avevamo un’altra dietro, non ricordo bene. Della casa vecchia non ricordo niente, solo che c’era già la bottega. Nella casa nuova a destra c’era l’osteria, in fondo la cucina, poi un’altra stanzetta in mezzo che era come un magazzino. Al sabato veniva uno da Santa Maria e si metteva in questa stanza a fare il barbiere. E’ venuto per tanti anni. E poi c’era la bottega. Era aperta a tutte le ore, alla domenica, a mezzogiorno, allora non c’erano orari come adesso. Quelli che lavoravano in campagna venivano alla mattina alle cinque a prendersi il pane.

In bottega c’era un mobile con dei cassetti e sopra dei reparti dove c’era riso, caffè verde, subioti, spaghetti, taiadele. Tutta la pasta era là. Non c’erano pacchi di pasta o di biscotti. I biscotti erano nelle latte, si vendevano a etti, a peso. Tutto sciolto. Non c’erano i pelati, la gente veniva a comperare diese schei de conserva. L’olio di semi e di oliva erano in due barattoli grossi con un rubinetto sotto. Ma c’era anche sul banco un incavo di acciaio con l’olio di oliva, che si prendeva col mestolo. Il burro era in cantina e si andava giù ogni volta, per mezzo etto o un etto. In cantina c’erano anche le soppresse, i salami, il lardo, i formaggi, le botti di vino. Le soppresse e i salami li facevamo noi e mi ricordo che il maiale quando lo ammazzavano gridava gridava e io mi tappavo le orecchie per non sentire. Si vendeva giardiniera, sardine sotto sale, formaggio di montagna, salato che mangiavano con la polenta e coi fichi secchi. Lo zucchero lo incartavamo nella carta da zucchero.

Poi è venuto mio zio Camillo, che era sempre stato in negozio, e ci ha insegnato a fare i sacchetti. Ricordo sempre che piegava la carta, poi sotto metteva un quadrato. Lo metteva di carta un po’ pesante, perché il sacchetto pesasse. Vendevamo molto baccalà. Al giovedì sera Giacomo e Bepi lo battevano in cantina su un ceppo di legno, con due martelli grossi di legno: pim pum, pim pum. Adesso invece li portano già pressati. Poi li mettevamo a bagno. Chi voleva se lo batteva e se lo metteva a bagno a casa. Il baccalà costava poco o niente una volta, era un mangiare da poveri. Venivano giù dalle frazioni e si comperavano un baccalà. Ne vendevamo tanti, delle balle intere. C’era anche quello salato, il merluzzo, ma pochi ci facevano caso, volevano tutti il baccalà. A mio papà piaceva, eccome, specialmente in bianco, ma anche alla vicentina. Mio zio Piero stava tanto male e diceva che voleva mangiare ancora una volta il baccalà. Ogni anno, quando era l’ora degli s-ciosi, sacchi di s-ciosi. Li compravano per venderli e bisognava metterli nella semola, che sarebbe la crusca, e pulirli. Ricordo una volta, eravamo ancora giù da Gatto, che la Bona e Battista sono svenuti a star là al freddo a pulirli.

Dopo la bottega c’era la stanza del forno, con il forno a legna. Per fare il pane mio papà non aveva nessun macchinario. Impastava la farina e l’acqua nella mastra, una grande madia, poi metteva questo impasto nella gramola che era come un tavolino quadrato e sopra c’era una specie di grande coltello tutto di legno. Uno che aiutava mio papà lo tirava su e giù mentre mio papà, seduto lì vicino, girava la pasta finché non si era impastata bene, gramolata bene. E dopo facevano tutti i tagli. Mio papà faceva dei filoni lunghi e poi pesava ogni paneta. Mi pare di vederlo. Prendeva un pezzo, lo metteva sulla bilancia. Qualche volta era giusto, qualche volta no e allora ne metteva un altro pezzetto. E non sbagliava mica. E così faceva tutto il filone. Tutte le sere mio papà riempiva il forno di legna, in modo che di notte, chi andava ad accenderlo, scaldava tutto il forno. Spingevano dentro due, tre quintali di legna. Mio papà comperava fascine miste, grosse e fini. Gliele davano a un buon prezzo ma poi doveva star lì a sceglierle. Accendevano il forno alle due di notte. Il primo pane veniva fuori alle cinque, alle sei.

La legna ci vuole un’ora di tempo perché bruci. Poi bisogna pulire il forno e intanto facevano su il pane. Il forno bisognava scaldarlo ogni volta che si cuoceva un forno di pane e poi ogni volta pulire. Ci volevano due o tre ore ogni forno. Adesso ogni ora si fa un quintale di pane e allora ogni due ore tiravano fuori trenta chili di pane. Della legna bruciata rimanevano le bronze, la carbonela. C’era una lamiera col bastone per tirarla fuori e poi si metteva in un recipiente grosso, chiuso, perché morisse. La si metteva per terra, ce n’era una stanza piena, e si tirava fuori quella più bella. Quante volte ho fatto questo lavoro. La vendevamo e la davamo anche gratis. Era preziosa perché andava bene sul fornellino a far da mangiare. Erano fornellini di ghisa o di terracotta quadrati, con un piccolo foro perché passasse l’aria. Si stava lì con un cartone a fare aria perché la carbonela si accendesse. Poi magari si accendeva tutta e veniva un caldo da morire. Il carbone che facevano a Caorera, a Lentiai, non andava bene per i fornellini, ci voleva la carbonela che era più piccola. Quante volte abbiamo fatto le bugie lì, io e la Bona! Non c’erano altri fornelli. O lì o la catena del focolare. La carbonela serviva anche per stirare, si metteva dentro al ferro. Come era difficile stirare con quei ferri: o bruciavano o erano freddi. E poi le bronze ben calde si mettevano nella monega, lo scaldaletto.

Sopra al forno c’era la stueta, una stanza piccola con una scala interna per andar su. Faceva tanto caldo. Là mettevano il pane a lievitare la mattina presto e allora lievitava subito. Quando si faceva il bagno si portava su una vascona di acqua e si andava lì al caldo a lavarsi, a cambiarsi. Al pomeriggio era tutto libero e allora d’inverno si andava su, io, la Cesca, la Maria Favero, la Angelinetta, e ci raccontavamo storie e leggevamo i libri della biblioteca delle suore: Fabiola, Ettore Fieramosca… E poi io facevo i vestiti per le bambole. Era la stanza più calda della casa d’inverno quando era freddo, veniva tanta neve allora. Vicino al forno c’era una stanza grande che faceva da magazzino, c’erano anche sacchi di zucchero. Non si trovava mai la Cesca, la cercavamo, e lei era lì, con la testa dentro nel sacco di zucchero. E poi è stata la prima a perdere i denti e noi le dicevamo che era perché era sempre con la testa nello zucchero. Al piano di sopra anche la prima camera era un po’ magazzino. Nella seconda c’era Battista. Invece Ino e Giacomo erano in quell’altra stanza in mezzo. Poi noialtre tre, io, la Bona e la Cesca, eravamo in quella stanza dove poi è morta la Bona. In fondo c’era la camera di mio papà e mia mamma. E sopra era tutto biaver. Il portego era pieno di legna. C’erano anche sacchi di farina da polenta, semola, semolei. E poi sacchi di avena e sorgo.

Portavamo il pane a Schievenin. Andavano Giacomo, Battista e molte volte anch’io. Andavamo in dentro con un carrettino e poi, a venir fuori, quando non c’era più il pane, io montavo su e loro tiravano. Un divertimento! Cinque chilometri a piedi e poi ci davano una fuazeta come ricompensa. Una volta siamo andate io e la Antonia e uno che faceva pane con mio papà ci ha imprestato un musset. Tornando indietro c’era della polvere per terra e questo musset si è buttato a terra, rotolandosi nella polvere. Non riuscivamo più a farlo rialzare, e allora è venuto uno da una casa vicina e ci ha aiutato. Appena hanno fatto la casa nuova, mio papà si è diviso da Gatto. Aveva fatto il forno e lui è venuto qua e mia mamma ha aperto la bottega. Schei non ce n’era. Dopo sei anni è arrivata la pensione di Giacomo, di invalido civile. Erano 4200 lire e allora mia mamma ha adoperato anche quelli per comperare la roba per la bottega.

Subito dopo la guerra in paese c’era una grande miseria. Ho rivisto a Torino una di Quero che mi ha detto: “Oh, se mi ricordo della sua famiglia!”. Per mandar via una lettera portava un uovo in bottega e coi soldi comprava il francobollo. A quel punto! Soldi non ce n’erano. Niente. Miseria, miseria. Libretti su libretti. Venivano a comperare e mia mamma segnava su un libretto e poi chi era onesto quando poteva pagava. A me e a Giacomo chiedevano spesso di andare a far da madrina e padrino perché al battesimo la madrina portava il comarés. Chi aveva galline portava una gallina, oppure zucchero, caffè. Per il mio primo figlioccio, Luigi Dal Pos, io sono andata con una borsa di roba da mangiare. Ma non stavano molto meglio neanche prima della guerra. Mio papà raccontava che, quando non aveva ancora il forno suo e da ragazzo imparava a fare il pane, andavano a comperare il pane solo per fare la zuppa per le partorienti perché mangiavano sempre polenta. Gli uomini andavano in Germania, in Belgio, in Francia, e poi tornavano a casa e portavano quattro soldi ma non pagavano mai tutto quel che c’era da pagare perché non bastavano. Giacomo, quando ha preso la macchina da noleggio, andava a portarli a Torino o su là per le Dolomiti. Una volta andava sulle Dolomiti e aveva un posto in più e sono andata anch’io. Stavano là tutta la stagione a fare i muratori e d’inverno tornavano a casa. Le ragazze tutte a Milano, tutte, a servizio. Ma allora le pagavano poco. Ogni anno tornavano a casa vestite abbastanza bene con la roba che le signore non portavano più. La Antonia era da Wasserman e tornava a casa con tanti bei vestiti e scarpe, ma sempre della signora.

Subito dopo la guerra avevano tutti gli zoccoli, anche noi. Alla Bona mia mamma aveva comperato delle ciabattine di cuoio per la domenica. Una volta io, andando in cantina a prendere la legna con gli zoccoli, ho messo il piede su un pezzo di legno che mi era caduto e sono andata a finire in fondo alla scala. Allora mia mamma: “Eh, te compre le ciabattine anca a ti”. Eppure noi non eravamo poveri. Ricordo la disperazione di una francese che aveva conosciuto in Francia, e poi sposato, uno di Cilladon. Si era ritrovata in un posto sperduto, dove vivevano sette o otto famiglie, e facevano la polenta con l’acqua dei fossi dove bevevano le bestie. Non so chi avesse la luce, dopo la guerra. Petrolio si vendeva, sempre. In cucina da noi c’era un bel secerdi pietra rossa, macchiata, ma subito non avevamo l’acqua in casa. C’erano le secchie e andavamo a prenderla alla fontana, si faceva la coda. Tutti andavano col bigol. Quelli che arrivavano dalle frazioni alla domenica comperavano una sardella, la lavavano, mangiavano pane e sardella e poi bevevano. D’inverno, col freddo che faceva una volta, chiedevano un quarto di vino caldo. Alla sera cantavano tutti quanti. Questa era la loro festa. Quando eravamo ancora là da Gatto, le donne che venivano fuori da Schievenin mangiavano un panetin con un bicchiere di grappa (allora c’erano i fiaschi di grappa).

I polli si mangiavano solo nei matrimoni. “Doman l’è festa, se mangia la minestra, se sona el campanel, vien fora el polastrel”. Erano i signori che mangiavano i polli, la povera gente li vendeva. Una volta ci voleva un anno perché i polli fossero buoni da mangiare, costavano cari. I conigli non costavano niente, nessuno li voleva. Nei matrimoni i pranzi si facevano a casa. Il menù era sempre lo stesso: risotto col collo e col fegato del pollo, poi pollo arrosto. Portavano a cuocere da noi nel forno teglie con quattro o cinque polli. Le torte le faceva la Bona mia sorella. Allora c’era solo una pasticceria a Valdobbiadene e per i matrimoni venivano da noi. La Bona faceva grandi torte margherite di dodici uova e mi pare di vederla montare dodici bianchi con la forchetta. Con la forchetta! Io e la Angelinetta si aiutava perché la Cesca era a Feltre in collegio. Poi si mettevano queste torte nel forno del pane. E la Bona, che era brava a disegnare, le decorava così bene, come si fa adesso. Io e la Angelinetta andavamo a portarle a queste spose e ci facevano vedere il corredo e ci davano la mancia. E io e la Angelinetta contente!

La Bona aveva cominciato anche a fare i panettoni. Ci voleva molto tempo, e le venivano belli alti, le aveva insegnato il pasticciere di Valdobbiadene. La gente li comperava, non è come adesso che ci sono tante pasticcerie. Al sabato faceva la fuazete. Mio papà invece faceva il pane con l’uva. Era fatto tutto a strisce, una striscia lunga, poi si staccava via, venti centesimi l’uno. Tutti venivano a prenderlo. Allora il venerdì sera c’era da pulire l’uvetta, la compravano a sacchi. Ci mettevamo là io, la Antonia, la Angelinetta, tutte a pulire l’uvetta, e veniva Giacomo a vedere e diceva: “Quando si lavora bisogna cantare” perché ne mangiavamo. Mio papà faceva anche le rizzette, ma purtroppo nessuno di noi si è fatto dare la ricetta. Venivano a comperarle anche da lontano, erano buone. Mio papà non aveva fatto sempre il forner. Da giovane ha fatto anche il falegname. Faceva anche le marionette. Ce n’era una appesa al forno, me la ricordo ancora adesso. A quei tempi le ragazze che trovavano lavoro andavano a Valdobbiadene e giù per Cavaso a lavorare le gallette e allora mio papà faceva le cassette dove loro si mettevano dentro la roba, invece della valigia. Erano tante, tutte, che andavano nelle filande perché altri lavori non c’erano. Mio papà ha passato l’infanzia a Castelnuovo. Parlava sempre di Cecco Beppe e non ne diceva tanto bene, ma io allora non ci facevo neanche caso. Adesso che ho visto i film di Sissi ci ripenso.

Al mercoledì c’era il mercato a Montebelluna e mio papà partiva con il burro e le uova (ce le portavano da Cilladon e Schievenin e prendevano il pane) e andava a venderle. Una volta, per gli scossoni del carro, se ne erano rotte molte e lui, per non buttarle via, se le è bevute. Poi è stato male e ha avuto il singhiozzo per un mese. Quando tornava a casa mi portava sempre una bambola. Non ci ha mai sgridato. Non ha mai dato uno schiaffo a nessuno di noialtri. Giocava sempre alla lotteria di Merano e diceva : “Se guadagne me toe un cogo” perché avrebbe voluto mangiare bene, gli piacevano gli s-ciosi e il baccalà. Fumava la pipa e aveva delle pipe ciozote dal cannello lungo. Il cannello, che era di un legno speciale, se lo bucava lui con una trivella lunga lunga. Mio papà al pomeriggio dormiva perché di notte faceva il pane. Dormiva con il gatto ai suoi piedi e poi veniva giù per la scala con il gatto sulla spalla. Era buono con tutti, anche troppo. Se qualcuno gli chiedeva di firmare una cambiale, lui diceva di sì e poi mia mamma si arrabbiava. Una volta è venuta una sua cugina di Vas a chiedere soldi e mia mamma le ha detto : “Mi dispiace, non possiamo”. Allora è andata da mio papà che glieli ha prestati subito.

La famiglia Favero al completo

I genitori di mio papà io non li ho conosciuti. Mio nonno Giovanni Battista lo chiamavano Titta Roro perché era fisso con le sue idee e non gli facevano cambiare niente. Duro come il rovere. Mio papà raccontava che una volta mio nonno Giovanni Battista stava mettendo a cuocere il riso. Ne ha messo metà e dopo un po’ ha messo dentro l’altra metà. Gli hanno chiesto: “Papà, come mai?”. “Eh, qua i brontola sempre che l’è longo, che l’è curto, cussì chi lo vol longo, chi lo vol curto”. Ognuno sarebbe andato a cercarsi nella pentola il riso ben cotto o al dente…  Nella foto: la famiglia Favero. Da sinistra a destra: Battista, Girolamo (Momi), Francesca Cesca), Bona, Giacomo, Angela, Emilia Resegati, Guerrino (Ino).

La zia Checchina sapeva tutto su di lui perché i nonni Favero erano vissuti con lei. Diceva che aveva il carro con i buoi e trasportava roba su per la Calnova, la bestemiadora. Aveva anche una cava di pietra dove rompevano i sassi per la ferrovia che stavano facendo in quegli anni. In quella cava è morto bruciato un ragazzo fratello di mio papà, Giovanni, che si è avvicinato al fuoco tenendo in tasca un po’ dell’esplosivo preso alla cava che serviva per far saltare le rocce. Era vicino al Piave e lui è corso subito nell’acqua ma è morto. La zia Checchina sapeva tante cose, che i Favero venivano da Mussolente, vicino a Bassano, che Pietro Favero arrivato a Quero all’inizio dell’ 800 aveva sposato Francesca Andreazza. Francesca era figlia di Giovanni Battista Andreazza e di Angela Banchieri. Siccome i Banchieri non volevano quel matrimonio, la zia Checchina raccontava che Giovanni Battista l’aveva rapita su un carro di fieno. Giovanni Battista Andreazza aveva due figlie e per Francesca aveva comperato all’asta Castelnuovo dove c’era sempre stata un’osteria. Si vede che poi l’osteria era passata al figlio di Francesca, mio nonno Giovanni Battista, dato che mio papà raccontava di aver passato l’infanzia a Castelnuovo.

Mio nonno Giovanni Battista aveva tanti fratelli e sorelle. Uno, Valentino, è sempre stato a Bassano ed era ingegnere. La zia Checchina diceva che aveva costruito a Bassano la prima centrale elettrica e, dopo l’unità d’Italia, anche una ferrovia in Sicilia. Suo figlio aveva poi adottato tre orfanelli del terremoto di Messina del 1908 e si era tenuto anche mia cugina Maria Gobbato che era orfana. Quando mio papà, finita la guerra del ’18, aveva bisogno di soldi per mettere su il forno, per impiantarsi di nuovo, era andato dal cugino a Bassano, il figlio dell’ingegnere. “Sì sì, volentieri, facciamo una cambiale”. Allora mio papà ha detto: “Se devo fare una cambiale, trovo qualcun altro che mi presta i soldi”, e insomma non gli ha prestato niente. E’ andata a finire così. E quando questo qua è morto, mio zio Paolo, mio zio Piero e mio papà sono andati al funerale a Bassano, sperando che li avesse ricordati nel testamento, ma non li aveva ricordati per niente. Un altro fratello di mio nonno, Giacomo, abitava anche lui a Bassano, aveva tanta terra, era ricco. Era senza figli e prima di morire ha dato 5.000 lire a tutti i suoi nipoti fra cui mio papà, era una ricchezza. Quando è morto, è nato Giacomo mio fratello e allora gli hanno messo nome Giacomo per ricordare lui e da piccolo mio fratello lo chiamavano “Giacomo dei schei”. Mia zia Checchina, la sorella di mio papà, ha fatto scuola dappertutto: a Quero, a Schievenin, a Santa Maria, via per Valdobbiadene, a Guia, a Santo Stefano. La conoscevano tutti, la siora Checchina la maestra. Era sempre vestita di nero, con le calze bianche e i mezzi guanti. D’inverno teneva le mani su uno scaldino dove metteva le bronze. Allora non c’era riscaldamento, in casa nostra era scaldata solo la cucina e basta. Chi di noi aveva freddo andava a scaldarsi al forno. Mia zia Checchina ultimamente aveva solo la pensione da maestra e allora teneva a casa sua le maestre di fuori, faceva anche da mangiare. Aveva però una donna fissa, la Nina Palanca.

Doveva mantenere i nipoti. Mio zio Paolo dopo la guerra aveva portato a Quero i figli e lei li ha sempre mantenuti. Alla fine ha dovuto ipotecare la casa e poi l’ha venduta. Noi non sapevamo nulla. Allora la Bona, che andava sempre da mia zia Checchina, l’ha saputo e l’ha detto a mia mamma. Mia mamma si è arrabbiata perché con noi avevano tanti debiti, tante cambiali. La zia Checchina sapeva cucire e la prima camicia che ho tagliato è stata lei che mi ha insegnato a mettere una scodella per fare il collo rotondo. Il carré dietro e poi tutta arricciata. Non era come adesso. Una fascetta sul collo, senza colletto. Della nonna Bona Deola non so nulla, solo che era di Villa di Villa e che, quando un certo Deola aveva fatto un attentato a Mussolini, l’arciprete aveva chiamato mio papà in canonica e gli aveva detto: “Ah, che razza di gente siete!”. Quando era vecchia e andavano a trovarla e le chiedevano: “Come va? Come va?”, “Eh, va bene, mi sono già messa gli stivali per partire” perché aveva sempre le gambe gonfie. Mia mamma da giovane era bionda bionda. Anche nella sua famiglia c’era stata una Banchieri, sua nonna Emilia Banchieri. Mia mamma e mio papà si sono sposati senza sapere che erano secondi cugini. Se ne è accorto l’arciprete che, dopo anni, quando erano già nati dei figli, li ha chiamati e hanno dovuto pagare per la dispensa. Mia mamma era andata a scuola a Montebelluna, fino alla terza, perché allora con la terza la scuola era finita, ma ancora negli ultimi anni ricordava le poesie studiate a scuola. Quante volte ho sentito: “Rondinella pellegrina che ti posi sul verone…”. Lei stava più in bottega che in cucina. In cucina stavamo soprattutto io, la Bona e mia nonna. Per i lavori di casa c’è sempre stata una donna fissa. Una volta al mese ne veniva una per fare il bucato. Si faceva in cortile. Mettevano a bagno le lenzuola, le passavano bene col sapone. Poi mettevano il colador sopra con la cenere, bianca però. Facevano bollire l’acqua, la versavano sopra la cenere e la lasciavano una notte. La mattina dopo da un tappo che c’era sotto, come nelle botti, facevano uscire l’acqua che serviva ancora per lavare la roba di colore. Poi andavano a sciacquare al Tegorzo col bigol. Stirare, stiravamo io e la Bona.

I fratelli Ino e Angela Favero

Mi ricordo che una volta mia mamma aveva comperato una calliera grossa, di rame, con due manici, per il bucato. Un giorno era lì a terra, vuota. Battista ha messo dentro Giacomo e poi l’ha fatta correre per il cortile e l’ha tutta ammaccata. Mia mamma li ha picchiati tutti e due. La mattina di Capodanno mia mamma non voleva che fosse una donna a farle gli auguri. Doveva essere un uomo o un bambino e lei preparava la mancia. Mia mamma, la Tecla che è stata la prima donna a prender la patente, e la siora Maddalena che aveva la banca, erano considerate le tre più in gamba di Quero. Il papà di mia mamma, mio nonno Toni Resegati, prima di avere l’osteria era stato guardia boschiva sul Montello, infatti mia mamma è nata a Volpago del Montello. I Resegati però venivano da Venezia e io ho sempre sentito raccontare che mio nonno aveva delle sorelle a Venezia. Però non andavano d’accordo con lui e quando sono morte hanno lasciato tutto in eredità ai loro gatti. Anche mio nonno aveva cani e gatti, tanti gatti. Ai gatti faceva gli zoccoletti con i gusci delle noci. Lui e mia nonna mangiavano separati perché lei non voleva saperne di avere cani e gatti anche a tavola. Quando gli moriva un cane, mio nonno faceva il funerale. Chiamava Battista, Giacomo, tutti i nipoti. I suoi amici per prenderlo in giro gli attaccavano sull’osteria il cartello “Chiuso per la morte della Lilla”. Andava solo ai funerali dei poveri perché a quelli dei ricchi ci andava già tanta gente. (Nella foto a lato: Angela Favero con il fratello Ino e la gazza Checca)

Mia nonna Angela Zuliani era piccoletta e aveva sempre un giubbotto di pelliccia e una specie di cappellino in testa, io la ricordo così. Le sentivo sempre dire che loro erano padroni dei Prà de acqua, avevano la cartiera sul Tegorzo, gente che stava bene, e dopo sono andati in malora e allora i suoi fratelli Giacomo e Gaetano sono andati in Germania in cerca di lavoro. Non ne han trovato. Gaetano suonava e Giacomo con un piattello andava a tor su i schei. Ma poi Giacomo si vergognava ed è tornato. Gaetano invece è rimasto là, ha sposato una tedesca, si è fatto protestante e ha avuto una figlia. E’ tornato a Quero da solo subito dopo la guerra e viveva bene con quel che gli mandavano la figlia e il genero. Ultimamente si era messo in testa di inventare il moto perpetuo. Stava su dai Resegati e aveva una stanza piena di rotelle e rotelline. Stava lì tutto il giorno a lavorare e veniva a mangiare un piatto di minestra calda a casa mia. Finché Toni mio cugino si è stufato e gli ha detto: “Dammi che te lo porto io a Belluno, che ti danno il brevetto”. Lui aspettava sempre il brevetto, sempre il brevetto. “Quello là mi ha imbrogliato”, diceva. Alla fine ha abiurato la religione protestante, ha chiamato il prete e si è confessato. Prima di morire cantava: “Addio, mia bella, addio, l’armata se ne va e me ne vado anch’io”. Si vede che non aveva neanche male.

Mia nonna Angela diceva che da giovane doveva essere stata molto bella perché quando Garibaldi è passato per Quero erano in tre sul balcone, lei e altre due, e Garibaldi si è fermato e ha guardato solo lei. Diceva sempre così. Questo l’ho sentito raccontare tante volte. Quando si lavava si metteva i semolei (quella era la cipria) e poi chiudeva gli occhi e ci passava la scorza dei pomi e diceva che faceva tanto bene. Abitava su dai Resegati, aveva la sua stanza e dormiva là, ma durante il giorno stava con noialtri, la nonna Angela. Mi ricordo bene quando è morta. La mattina che è morta la Bona mia sorella, lei veniva giù come il solito a casa nostra perché quel giorno doveva fare i gnocchi con la zucca. Quando è arrivata, la Bona era morta. E dopo è stato un dolore così grande che le è venuta l’itterizia ed è morta per quello, tutta gialla.

I suoi figli erano Chechi, Gioachino, mia mamma, Ludovica (mia zia Ica). Mia zia Ica faceva la cuoca e diceva che aveva fatto da mangiare a Mussolini. Mia nonna Angela aveva la cabala per giocare al lotto. C’erano mia mamma, mia nonna, la Silvestra e un’altra, in quattro. Allora ogni sabato mandavano i numeri su a Belluno. C’era la corriera che andava su, se no Ferracina l’esattore di Quero che era il mio santolo di cresima andava a Feltre a piedi tutti i giorni. La Silvestra portava sempre i suoi numeri e una volta mia mamma si è dimenticata di darli a quelli che andavano su, e i numeri son venuti fuori. Oh, si è tanto arrabbiata la Teresa Silvestra! L’altro fratello di mia nonna, Giacomo, ha sposato una Filomena Sacchetto di Longarone, con una ricca dote, e hanno comperato a Vas una vecchia cartiera. L’hanno rimodernata ed era in quegli anni l’unica fabbrica di tutta la provincia di Belluno. Facevano carta da negozio di una volta, carta da zucchero. Mi ricordo cataste. Che villa avevano! C’era anche la cappella di San Giacomo perché mio zio si chiamava Giacomo. La Sacchetto era superba, alta. Fumava il sigaro Virginia e aveva abituato anche mia nonna, che andava spesso da loro, a fumare. E allora mio fratello Battista quando c’era gente: “Nonna, vuoi una sigaretta?”. “Brutto…” e si arrabbiava. Allora nessuna donna fumava e mia nonna fumava volentieri ma di nascosto. Mio zio Giacomo ci voleva bene, quando andavo da lui mi dava i cioccolatini. I Zuliani avevano la asparagiera e ogni anno mandavano a mia mamma un bel mazzo di asparagi. Erano i primi e gli ultimi che mangiavamo. Erano una cosa rara, li mangiavano solo i signori.

A casa nostra c’era spesso il dottor Beloseski. Era venuto via dalla Russia dopo la rivoluzione e ci raccontava della sua famiglia, di proprietà così grandi che avevano un loro treno per girarle tutte. In Russia non aveva mai esercitato, qui ha cominciato a fare il dottore dopo la guerra. A Quero stava in una casa fredda, veniva da noi e andava dentro al forno e metteva le mani sotto l’acqua calda per scaldarsele. Mi portava pantaloni da stirare. Mia mamma spesso gli dava da mangiare. C’erano sempre discussioni fra loro perché mia mamma si toccava il polso e diceva: “Dottore…” e lui: “Ma se non ha bisogno di medicine!” e lei si arrabbiava. Parlava sempre con la Bona di padre Gemelli e di Armida Barelli. Beloseski conosceva bene padre Gemelli e la Bona faceva tanto per l’Università cattolica. Era capace di andare, lei e un’altra, a raccogliere soldi per le osterie, d’inverno quando sono piene di uomini, facendo la lotteria con un coniglio in una scatola. Era piena di coraggio. E poi discussioni con Beloseski che era ortodosso. Facevano delle discussioni!

Il dottor Beloseski ci voleva bene. Quando mi sono operata di appendicite è venuto lui a darmi l’anestesia, quando è mancata la Bona è venuto lui. Non andava mai in chiesa ma è venuto al funerale. Era anche dottore delle ferrovie. Quando faceva tanto freddo, lui saliva in treno alla sera e andava a Roma, viaggiava tutta la notte al caldo in vagone letto, poi tornava a Quero. All’Epifania si metteva la calza per la Befana. Subito dopo la guerra le più piccole eravamo io e la Cesca, Ino non la metteva ancora. Mi avevano detto che la Befana era la mamma ma io non ci credevo e una sera mi sono alzata e ho visto la Bona mia sorella che preparava le calze. Mi sono messa a piangere. Nella calza più che arance, barbagigi, fichi secchi, non c’era. Anche castagne, carbone, legno. A Pasqua si facevano bollire le uova nell’acqua con spinaci o altre erbe, venivano verdi o di altri colori. Era sempre la Bona mia sorella a prepararle. Poi, chi era capace faceva anche dei disegni. Si portavano a benedire in chiesa alla mattina alla prima Messa, bisognava mangiare l’uovo benedetto. Poi si andava a giocare al rigoletto, un gioco che si faceva a Pasqua. Che bello! Mi piaceva tanto. Si fa un cerchio grosso di sabbia in pendenza verso il centro, come la farina quando si fa la pasta. Uno butta un uovo giù per la discesa, un altro butta un altro uovo, ogni volta che si tocca un uovo si guadagna un uovo. Ma si mettevano anche monete. Si guadagnavano i soldi o l’uovo, secondo.

Non avevamo giocattoli. I ragazzi giocavano al pindol, a saltamussa, al cuc, ai bottoni… Noi giocavamo a botegheta, ai sasset, a tresette, all’oca e a me piaceva tanto fare i vestiti alle bambole. Le mie cugine venivano da me a farseli fare. Andavamo anche a giocare da nostro cugino Chechi Forcellini che era sulla carrozzella perché gli era venuta la poliomielite da piccolo, poveretto. Noi andavamo a prenderlo a scuola (lui andava a scuola privata dalla Pistori che era di Padova ed era venuta a Quero in pensione) e Giacomo andava a fargli compagnia. Aveva tanti giochi. Guai a contrariarlo, che si arrabbiava. Bisognava sempre dargliela vinta. Se si giocava a dama, guai a farlo perdere. Una volta ha preso la Cesca per i capelli e glieli ha tirati da farla piangere. Quando sua mamma ha comperato il cavallo e il birroccino lo portavamo a passeggio e guidavano mia zia Maria o Giacomo. A San Valentino andavamo giù dove c’era il mulino, buttavano le arance nell’acqua. Le raccoglievamo, c’era anche chi si buttava nell’acqua. Una volta non era come adesso, le arance erano rare. D’inverno c’era tanta neve, tanta neve. Su in cima a Soigo alla sera tutti portavano neve coi carretti, facevano una bella pista, poi buttavano acqua che si gelasse tutto. Oh, la gente che c’era! Parte e l’altra a guardare. Andavano giù con la slitta e in fondo, quasi all’arrivo, alla domenica mettevano un filo con galline, salami o altro e chi riusciva ad allungare il braccio li prendeva. La pista durava a lungo, tutte le sere buttavano acqua. E poi c’era il cinema muto. Venivano di fuori con le tende e stavano lì tanti giorni.

Quando era Santa Lucia, il 13 dicembre, si attraversava il Piave e si andava alla sagra di Segusino. Il Piave allora aveva tanta acqua, non l’avevano ancora svuotato con le condotte per le centrali elettriche. Ogni tanto qualcuno che andava a fare il bagno moriva annegato, se finiva vicino al ghirlo. Mi ricordo sempre che andavo alla sagra con un golfino, allora non c’era il paltò. Un freddo da morire. C’era un filo di ferro robusto che attraversava il Piave, e su questo scorreva un anello di dove scendeva un altro filo di ferro attaccato alla barca, se no la corrente la portava via. Il barcaiolo aiutava la barca ad attraversare con un remo. Quel giorno era un passaggio continuo, anche perché la barca era piccola, ci stava poca gente. A Segusino c’era la Antonia Faccinetto che aveva un negozio e allora andavamo a trovare lei che ci dava il caffè caldo, andavamo a vedere la sagra, qualche banco, la giostra tirata da un cavallo. Tutte le giostre a quei tempi erano così. Non avevo paura ad attraversare il Piave con la barca, andavano tutti. Sono andata a Segusino anche con mia mamma, una volta, e con Battista, poveretto. Mia mamma cercava sempre di trovargli un lavoro e allora gli aveva trovato a Segusino un posto in un negozio. Siamo andate ad accompagnarlo con la barca e poi lo abbiamo lasciato là. E il giorno dopo è scappato ed è tornato a casa. Non ricordo perché.

C’era la sagra anche a Valdobbiadene, ma a quella andavano i signori. Noi si andava a Valdobbiadene per il dentista. Si andava con una carretta il lunedì, che a Valdobbiadene è giorno di mercato, e ci accompagnava Uttone. Anche per le spese si andava a Valdobbiadene o a Feltre. C’erano sagre anche ad Alano e a Campo ma non sono mai andata. Ogni anno passavano le Mille Miglia. Per la strada, che non era asfaltata, c’era un nuvolone di polvere. Arrivare fino alla piazza era un pericolo, quel giorno si vedeva poca gente per le strade, non venivano neanche a messa quelli di Santa Maria. Giacomo, siccome da Quero a Feltre c’erano quattro passaggi a livello, lo mettevano a Santa Maria con un disco in mano a far segno alle macchine che rallentassero. Lui aveva una grande passione per l’Alfa Romeo, e una volta che per un guasto ne avevano lasciata una dal meccanico al ponte di Fener, ci è salito su e si è fatto fare la fotografia sull’Alfa Romeo. Giacomo è stato il secondo di Quero a prendere la macchina e allora qualche volta andavamo a vedere l’opera a Belluno, a Treviso o a Feltre. Mi ricordo a Belluno, il Rigoletto all’aperto. Mentre c’era il temporale sulla scena è scoppiato un temporale vero e abbiamo dovuto andar via prima che finisse. Tra gli spettatori c’era Toti Dal Monte, piccoletta, con uno scialle alla veneziana.

Per un anno io sono andata a piedi ogni mattina ad Alano da una certa Alfonsina per imparare a cucire. Mia mamma mi diceva: “Ti mando poi a imparare il taglio a Treviso” e ho ancora da andare. Tornavo alla sera. Mi portavo il pranzo e lo scaldavo là. Facevo i vestiti a mia mamma, a mia zia Checchina e a mia nonna. Mia nonna mi dava dieci lire, mia zia Checchina mi faceva star lì a mangiare. Li facevo anche a mia zia Maria Forcellini ma lei ogni anno faceva venire una sarta per rimodernare il guardaroba. Ho imparato tanto anche da quella. C’era mio cugino Gobbato che faceva il sarto ed era stato a Torino a fare il corso di taglio e allora da lui ho imparato a fare le camicie sportive che si usavano allora, con la cerniera. Io le facevo per Giacomo. Alle tre del pomeriggio, quando parlava Mussolini, erano tutti obbligati ad andare in piazza, dove c’era l’altoparlante. Venivano i carabinieri a chiamare mio papà che al pomeriggio dormiva perché di notte lavorava al pane, e bisognava che andassero tutti lassù. La Bona era contraria, non voleva sentir parlare di Mussolini ed erano discussioni continue con Giacomo e Battista. Loro erano cresciuti col fascismo, andavano alle parate, la Bona era contraria. Che lotte! Come si bisticciavano! La Bona era presidente dell’Azione Cattolica. Era zelatrice per le missioni. Tutte le mattine alle cinque andava a messa. Andavo anch’io con lei, specialmente alla fine, quando stava male. Era venuto a casa monsignor Ferrazzi a confessarla. Lei ha detto a mia mamma: “Mamma, faccio dire una messa per me”. Il 14 settembre 1934 io sono andata ad ascoltarle la messa e lei è mancata durante quella messa. Quando sono tornata a casa era morta.